Milano blindata: i patrioti di Salvini in Duomo e la marea dei tre cortei antifascisti
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Redazione Interno
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Si sono chiusi da poco i cancelli della metropolitana di piazza Duomo e l’aria, in centro, sa già di guerriglia urbana annunciata. Oggi, sabato 18 aprile, il capoluogo lombardo si è risvegliato sotto un’impalcatura di ferro e transenne, blindato in ogni suo accesso per gestire quella che si preannunciava come la sfida più dura tra il “popolo sovranista” e il fronte antagonista. Da una parte, sfilano i “Patrioti europei” – ospiti della Lega per il summit “Senza paura, padroni a casa nostra” – che hanno trasformato la zona del sagrato in una roccaforte del “no” all’Europa. Dall’altra, a far da contrappeso, tre distinti cortei hanno letteralmente accerchiato la città, tentando di forzare il cordone delle forze dell’ordine per far sentire la loro voce contro quello che definiscono un “summit della vergogna”.
Duomo, la piazza dei “padroni a casa nostra” e i leader dell’estrema destra
Il conto alla rovescia è scattato intorno alle 14.30, quando le delegazioni leghiste – arrivate a bordo di pullman da tutta Italia – hanno iniziato a confluire da corso Venezia verso la Madonnina. L’attesa era altissima, non tanto per la massa di militanti del Carroccio (che, a conti fatti, non hanno riempito nemmeno un quarto della piazza secondo le prime stime degli investigatori), quanto per il parterre de roi schierato sul palco. Accanto al segretario Matteo Salvini, infatti, sono comparsi i pezzi da novanta della destra europea: l’olandese Geert Wilders, il francese Jordan Bardella e la greca Afroditī Latinopoulou.
Quello che doveva essere – stando alle bozze iniziali – un concentrato di slogan sulla “remigrazione” si è però rapidamente trasformato in un comizio anti-Bruxelles. I leader hanno utilizzato la scenografia del capoluogo lombardo per lanciare invettive contro Ursula von der Leyen e le politiche di bilancio dell’Unione, accusata di essere “sorda se non nemica”. L’eco di “Roma ladrona”, un tempo tormentone della Padania, si è trasformata oggi in “Europa ladrona”, con il pubblico che ha risposto presente a ogni stoccata contro il green deal e le riaperture del Patto di stabilità. Per la cronaca, a rendere meno amaro il clima per la Lega, ci ha pensato il governatore Attilio Fontana e l’ex veneto Luca Zaia, intervenuti a sostenere il vicepremier.
Tre fronti di protesta e la carica dei centri sociali
Mentre in Duomo si consumava la liturgia sovranista, il resto della città pulsava di una rabbia completamente opposta. Non uno, ma ben tre cortei si sono dati appuntamento per contestare l’evento, creando un anello di fuoco metaforico intorno all’area blindata. Il primo spezzone è partito da piazza Argentina (sostenuto dalle realtà filo-palestinesi), il secondo – quello più numeroso e istituzionale – ha preso il via da piazza Lima con lo slogan “Milano è migrante” (promosso da Arci, Anpi e Alleanza Verdi Sinistra), mentre il terzo, notoriamente il più caldo, si è radunato in piazza Tricolore.
Proprio da quest’ultimo fronte – quello dei centri sociali Lambretta, Zam e Cantiere – sono partite le scintille. Il tentativo di sfondare i cordoni di polizia per raggiungere piazza Duomo è stato fulmineo ma violento. In via Borgogna e via Mascagni, un gruppo di antagonisti ha iniziato a lanciare petardi, bottiglie e fumogeni contro le forze dell’ordine, che hanno risposto con idranti e lacrimogeni. Per alcuni lunghi minuti, la zona è diventata un fronte di scontro, con i manifestanti costretti a ripiegare verso piazza Santo Stefano, dove era prevista la convergenza finale.
La presenza “informale” del Pd e lo scontro con la Salis
Interessante notare la suddivisione tattica all’interno del fronte progressista. Se Rifondazione comunista e Avs (con tanto di bandiere al vento) hanno preso parte attiva alla marcia, il Partito Democratico – insieme a Cgil e Anpi – ha scelto una linea più defilata. I loro militanti erano presenti “in forma informale”, senza striscioni ufficiali o simboli di partito, quasi a voler testimoniare una vicinanza fisica alla piazza senza tuttavia legittimare la durissima contrapposizione frontale che avrebbe potuto degenerare.
A catalizzare l’attenzione dei flash, però, è stata la presenza di Ilaria Salis, europarlamentare di Avs. Schierata in testa al corteo di piazza Lima, l’esponente di sinistra non ha usato mezzi termini, definendo la “remigrazione una pratica e un’idea neofascista” e bollando la manifestazione leghista come uno “scempio” a cui opporsi. Le sue dichiarazioni – che hanno fatto rapidamente il giro dei social – hanno alzato ulteriormente il termometro della polemica, offrendo a Salvini la sponda per ribadire, dal palco del Duomo, di essere lui la vittima di un “atteggiamento fascista” da parte della sinistra che vuole negare il diritto di manifestare.
Il dispositivo di sicurezza e le strade svuotate
A fare da sfondo a tutto questo, il maxi dispiegamento di forze dell’ordine. Centinaia di agenti in divisa antisommossa sono stati dispiegati lungo l’asse che va da Porta Venezia a Palazzo Marino, con la polizia locale a gestire le deviazioni e le chiusure delle fermate della metropolitana (Duomo e Palestro interdette già dalle prime ore del pomeriggio). L’obiettivo, dichiarato in questura, era uno solo: evitare il contatto fisico tra le due anime della città. Missione in parte riuscita, nonostante i momenti di alta tensione registrati dagli inviati. La città, insomma, ha retto l’urto, mostrando ancora una volta la sua anima divisa in due: da un lato i patrioti europei che reclamano confini chiusi, dall’altro una marea di cittadini che rivendicano il primato di Milano come “città migrante e partigiana”.




