Ricina a Pietracatella, sequestrata una borsa di Antonella Di Ielsi nella nuova casa di Gianni Di Vita
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Redazione Interno
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A nove mesi dall'avvelenamento che ha ucciso Antonella Di Ielsi e sua figlia Sara Di Vita, 15 anni, l'inchiesta di Pietracatella registra un nuovo passaggio. La Squadra Mobile di Campobasso e gli uomini del Servizio centrale operativo hanno perquisito gli studi di Gianni Di Vita, marito e padre delle vittime, sequestrando tra l'altro una borsa appartenuta ad Antonella. Il sequestro è avvenuto nell'ufficio di via D'Amato a Campobasso, dove la donna lavorava al fianco del marito come consulente del lavoro.
La Procura di Larino procede per duplice omicidio premeditato contro ignoti: Di Vita non risulta indagato, ed è stato ascoltato come testimone per la terza volta.
Il ritrovamento della borsa e la pista sentimentale
La borsa sarebbe stata consegnata ad Antonella da un uomo e sarebbe rimasta nello studio di Campobasso per nove mesi senza che nessuno la consegnasse agli inquirenti. Secondo indiscrezioni riportate da diverse testate, l'uomo in questione sarebbe il marito di una donna con cui Gianni Di Vita avrebbe avuto una relazione. Di Vita ha smentito qualsiasi incontro nel suo studio.
La pista sentimentale si intreccia con un'altra circostanza emersa negli ultimi giorni: una persona vicina alle vittime avrebbe riferito agli investigatori che Antonella era infelice, malinconica e intenzionata a separarsi dal marito, dopo aver scoperto un segreto che lo riguardava. Le versioni di Di Vita e di un'insegnante di matematica, sua amica d'infanzia, non avrebbero coinciso su una circostanza definita importante.
Le analisi sui dispositivi e gli accertamenti di Berlino
Gli accertamenti tecnici irripetibili sui dispositivi informatici della famiglia si sono conclusi in Questura. Gli specialisti dello Sco hanno acquisito e catalogato i dati contenuti in un computer e dieci chiavette Usb sequestrati il 31 luglio. La Procura ha ora sessanta giorni per esaminare chat, email, foto, registrazioni vocali, note e cronologie di navigazione, con un arco temporale che va dalla prima accensione dei dispositivi fino al loro ultimo utilizzo.
Si cercano in particolare tracce di ricerche online sulla ricina, annotazioni sugli alimenti consumati nei giorni precedenti ai malori e documenti su eventuali patologie delle vittime. In parallelo restano attesi gli esiti degli accertamenti affidati al Robert Koch Institute di Berlino, laboratorio specializzato nella ricerca della tossina. I termini fissati per due dei quattro quesiti sono scaduti tra la fine di luglio e la fine di agosto, ma non sono ancora arrivate relazioni ufficiali.
I materiali inviati in Germania sono 73, tra alimenti, liquidi e contenitori, comprese due borracce trovate vicino al camino e una boccetta con una sostanza granulare scura recuperata nella dispensa dell'abitazione della madre di Di Vita.
Il quadro investigativo e sanitario
Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita sono morte il 27 e il 28 dicembre dopo una grave intossicazione da ricina, tossina proteica presente nei semi della pianta del ricino. L'ipotesi iniziale di un'intossicazione alimentare è stata accantonata quando gli esami del sangue hanno rivelato concentrazioni compatibili con un'avvelenamento acuto. Il procedimento per il duplice omicidio premeditato resta senza persone formalmente iscritte nel registro degli indagati.
Parallelamente procede un secondo filone, distinto, sulla prima gestione sanitaria della vicenda, che vede cinque medici indagati per omicidio colposo. Nel corso dei mesi gli investigatori hanno ascoltato quasi duecento persone. Il telefono di Alice Di Vita, figlia di Antonella e sorella di Sara, era stato sequestrato in aprile per accertamenti relativi ai cinque mesi precedenti. La ragazza, superati gli esami di maturità, si è trasferita in una università del Nord Italia.
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