Meloni approva il decreto flussi: 500mila ingressi in tre anni, ma i nodi restano

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Interno Redazione Interno   -   Il Consiglio dei ministri ha dato il via libera al nuovo decreto flussi, che stabilisce l’ingresso in Italia di 497 mila lavoratori stranieri tra il 2026 e il 2028. Di questi, 230 mila sono destinati a occupazioni non stagionali e autonome, mentre 267 mila verranno impiegati nei settori agricolo e turistico. Una misura che, almeno sulla carta, sembra rispondere alla crescente domanda di manodopera, considerando che un’azienda su tre – secondo Unioncamere e il Centro Studi Tagliacarne – prevede di assumere personale nato fuori dall’Ue entro il 2026.

Eppure, nonostante l’aumento delle quote rispetto al precedente triennio (452 mila), il sistema continua a mostrare criticità strutturali. Nel 2023, a fronte di 136 mila posti disponibili, solo 9 mila permessi di soggiorno per lavoro sono stati effettivamente rilasciati: appena il 7,5% del totale. Un dato che si ripete nel 2024, con un misero 7,8% di conversioni tra domande e assunzioni regolari. «Si finisce per regolarizzare chi è già sul territorio», osserva Antonello Ciervo, legale dell’Asgi, sottolineando come il meccanismo sia più un palliativo che una soluzione.

Il problema, più che nei numeri, sta nel percorso farraginoso che i datori di lavoro e i migranti devono affrontare. Richieste che si perdono tra adempimenti burocratici, tempi dilatati e requisiti spesso incompatibili con le esigenze del mercato. Se da un lato il governo punta a colmare il vuoto lasciato da un’economia in cerca di manodopera – il 73,5% delle imprese denuncia difficoltà nel reperire personale qualificato –, dall’altro la macchina amministrativa fatica a tradurre le intenzioni in risultati concreti.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.