L’amministrazione Trump studia un giro di vite globale sui chip per l’intelligenza artificiale, subordinando le esportazioni di semiconduttori di Nvidia e Advanced Micro Devices al benestare di Washington.

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Secondo quanto riportato da Bloomberg e successivamente confermato da altre fonti, il Dipartimento del Commercio guidato da Howard Lutnick avrebbe predisposto una bozza di centoventinove pagine, attualmente al vaglio dell’Office of Management and Budget, che rivoluziona l’approccio fin qui seguito in materia di esportazione di tecnologie sensibili. Il cuore della proposta è l’estensione a livello planetario dell’obbligo di licenza, il che significa che qualsiasi spedizione di acceleratori AI, dai pochi chilogrammi di chip per la ricerca ai cluster più imponenti destinati ai grandi hyperscaler, dovrebbe essere autorizzata caso per caso dagli uffici competenti. La novità, se paragonata alle precedenti restrizioni che si limitavano a colpire una quarantina di Paesi considerati a rischio, risiede nella volontà di controllare i flussi anche verso gli alleati storici, una mossa che ha immediatamente provocato un certo nervosismo tra gli investitori, con i titoli Nvidia e AMD che hanno accusato flessioni rispettivamente superiori al punto e mezzo e superiori ai due punti percentuali.

La bozza, che alcuni addetti ai lavori hanno già ribattezzato “diffusion 2.0” in omaggio – o per meglio dire, in critica – al precedente impianto normativo dell’era Biden, introduce una gradazione delle procedure autorizzative basata sulla quantità di chip richiesta. Per ordini di dimensioni ridotte, fino a mille unità del potentissimo GB300 di Nvidia, la procedura sarebbe relativamente snella, con la possibilità di ottenere esenzioni parziali; quando invece si supera questa soglia, scatta la necessità di una pre-autorizzazione, e l’acquirente potrebbe vedersi chiedere di aprire i propri libri contabili, rivelando il modello di business, o addirittura di accettare ispezioni in loco da parte di funzionari statunitensi. Il livello più stringente è pensato per le installazioni mastodontiche, quelle che superano le duecentomila unità dello stesso chip in un singolo Paese: in tali circostanze, è il governo del Paese acquirente a doversi fare garante, impegnandosi formalmente con Washington e, aspetto cruciale, concordando investimenti “equivalenti” nell’industria americana dell’AI, una sorta di dazio rovesciato che trasforma i semiconduttori in un’occasione per attrarre capitali stranieri.

Quest’impostazione, a ben vedere, non nasce dal nulla ma ricalca quanto già sperimentato negli ultimi mesi con alcuni partner selezionati, in particolare gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita, dove a fronte della fornitura di chip avanzati si è ottenuta la disponibilità a investire massicciamente in data center e infrastrutture sul suolo statunitense. La filosofia sottostante, come trapelato da dichiarazioni ufficiali e da qualche messaggio pubblicato sui social network dal Dipartimento del Commercio, è che l’America intenda promuovere l’esportazione del proprio “stack” tecnologico, ma non a condizioni che possano rivelarsi svantaggiose o che consentano ad altri di costruire capacità critiche senza un corrispettivo tangibile. La procedura, insomma, servirebbe a negoziare da una posizione di forza, e il fatto che la bozza non specifichi percentuali o modalità degli investimenti richiesti lascia intendere che ogni trattativa sarà potenzialmente a sé, con ampi margini di discrezionalità politica.

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