La finanza vaticana approda negli indici di Borsa: lo Ior lancia i benchmark «cattolici» per Usa ed Eurozona
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Redazione Economia
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L’Istituto per le Opere di Religione – e non è, questa, una notizia che capita di scrivere tutti i giorni – ha ufficialmente messo piede nel mercato globale degli indici azionari. Lo Ior, la banca vaticana, ha annunciato in questi giorni il lancio di due nuovi benchmark sviluppati in collaborazione con Morningstar Indexes, e li ha battezzati Morningstar Ior Eurozone Catholic Principles e Morningstar Ior Us Catholic Principles -1-3-6. Si tratta, nel dettaglio, di due panieri composti ciascuno da cinquanta società quotate, selezionate tra quelle a media e grande capitalizzazione; il loro tratto distintivo, però, non sta tanto nella capitalizzazione o nella liquidità, quanto piuttosto nella ratio che ne guida la costruzione. L’intera operazione, infatti, poggia su un criterio esplicito e vincolante: la piena conformità alla Dottrina sociale della Chiesa, un parametro che lo Ior ha scelto di anteporre – o quantomeno di affiancare – alle tradizionali best practice finanziarie -2-4.
La composizione dei due indici, come sempre accade in questi casi, è quella che restituisce la fotografia più nitida dell’intera operazione. Per quanto riguarda il paniere statunitense, le prime posizioni in termini di peso percentuale sono occupate da Meta Platforms, Amazon e Nvidia, seguite – tra gli altri – da Tesla, Apple, Jp Morgan e Visa -1-4-9. Sul versante europeo, invece, troviamo in testa ASML Holding, Deutsche Telekom e Sap, ma anche il lusso francese di Hermès – che sconta una certa familiarità con i dettami etici, evidentemente – e due istituti italiani, vale a dire Unicredit e, per la Spagna, il Santander e il Bbva -4. Colpisce, se si scorrono le esclusioni, la scelta di lasciar fuori colossi come la tedesca Siemens – la cui controllata opera nel settore della difesa – o il gruppo Lvmh, che di quelle partecipazioni in maison di champagne e liquori che con la temperanza cattolica poco hanno a che fare; un segnale, questo, che il vaglio non è affatto rituale o meramente decorativo -4.
L’iniziativa, spiega Giovanni Boscia – vicedirettore delegato, chief financial officer e responsabile dell’Asset management dello Ior – rappresenta un avanzamento ulteriore nel percorso che l’istituto ha intrapreso da anni per allineare le proprie procedure a quelle dei grandi operatori internazionali, senza però sacrificare l’osservanza dei princìpi -1-3. Disporre di benchmark costruiti ad hoc, ha aggiunto Boscia, consente di irrigidire e rendere più trasparenti i processi di valutazione e di rendicontazione delle performance -6. Robert Edwards, amministratore delegato Emea di Morningstar Indexes, ha dal canto suo osservato come la domanda, da parte degli investitori, di parametri che riflettano valori o politiche specifiche sia in costante aumento; l’approccio basato su regole, in questo senso, garantisce l’applicazione coerente e obiettiva degli standard richiesti dal cliente -1-2-9.
Vale la pena ricordare, perché non è un dettaglio marginale, che il contesto in cui il lancio avviene non è dei più scontati. Solo nell’ottobre scorso papa Leone XIV ha rimosso lo Ior dall’esclusiva nella gestione degli investimenti finanziari vaticani, aprendo alla possibilità che i vari dicasteri e enti della Santa Sede si rivolgano ad altri intermediari -4-9. Il tutto mentre il mercato globale dei fondi Esg, cioè quelli che integrano criteri ambientali, sociali e di governance, ha registrato nel 2025 deflussi netti per circa ottantaquattro miliardi di dollari, la prima volta dall’avvio di questo tipo di rilevazioni -9-10. Eppure, nonostante il clima non certo euforico, lo Ior ha deciso di procedere; non per inseguire mode o tornaconti immediati, ma per offrire – questo l’obiettivo dichiarato – un punto di riferimento solido e riconoscibile per tutti quegli investitori cattolici, istituzionali o privati, sparsi nel mondo -7-8.
Non è, peraltro, la prima volta che la finanza si piega – o si eleva, a seconda dei punti di vista – ai dettami religiosi. Già nel 2015 S&P Dow Jones Indices varò l’S&P 500 Catholic Values Index, sviluppato secondo le linee guida della Conferenza episcopale statunitense; un Etf di Global X che replica quell’indice gestisce oggi oltre un miliardo di dollari -4-9. Il progetto dello Ior, tuttavia, ha una peculiarità che lo distingue: non è un semplice prodotto commerciale destinato a investitori retail, ma è nato dentro le mura vaticane, concepito come infrastruttura di mercato al servizio di una missione. La banca vaticana, del resto, con i suoi circa cinquemilasettecento milioni di euro in amministrazione, non è esattamente un peso massimo della finanza globale, ma il suo peso specifico – se così si può dire – si misura altrove -4.
I titoli ammessi e quelli rimasti fuori dal perimetro etico
Una delle questioni più interessanti, quando si esamina un indice costruito su presupposti valoriali, è ovviamente quella relativa ai confini: dove finisce l’investibile e dove comincia l’esclusione? Nel caso dei due benchmark vaticani, le scelte compiute da Morningstar – su mandato dello Ior – sembrano seguire una linea piuttosto netta. Nell’indice americano, accanto a Meta e Amazon, trova posto anche Tesla; nessuna esclusione, dunque, per il costruttore di auto elettriche, e nessuna preclusione neppure per Visa e Mastercard, nonostante le periodiche polemiche sul loro coinvolgimento nell’industria dell’intrattenimento per adulti -1-4. Restano fuori, invece, colossi come Berkshire Hathaway, la holding di Warren Buffett, la cui presenza in determinati settori – si pensi alle partecipazioni in attività legate al gioco d’azzardo – mal si concilia con i princìpi -4.
Sul versante europeo, colpisce l’ammissione di Hermès, che pure rappresenta l’eccellenza del lusso mondiale, e l’esclusione di Lvmh, il cui catalogo di bevande alcoliche – Dom Pérignon, Moët & Chandon, Hennessy – evidentemente ha rappresentato un ostacolo insormontabile -4. Una distinzione, questa, che potrebbe apparire sottile a un occhio profano, ma che nella dottrina cattolica ha radici antiche e ben riconoscibili: non è l’opulenza in sé a essere condannata, quanto il disordine morale indotto da certe merci.
L’architettura finanziaria della Santa Sede si fa più complessa
L’operazione, al di là della sua immediatezza comunicativa, si inserisce in un ridisegno più ampio della macchina economica vaticana. Da quando, lo scorso autunno, Leone XIV ha firmato il motu proprio che decentra le competenze di investimento, lo Ior non è più l’unico braccio armato finanziario della Curia; eppure, paradossalmente, proprio questa perdita di esclusività sembra aver spinto l’istituto a qualificarsi ulteriormente, a ritagliarsi un ruolo che non sia più solo quello di depositario, ma anche e soprattutto di standard setter per l’intero universo cattolico -4-9. I due indici, in quest’ottica, non vanno letti tanto come una semplice estensione dell’offerta, quanto piuttosto come un tentativo di fissare le coordinate del discorso: da oggi, chiunque – dentro o fuori il Vaticano – vorrà dichiarare il proprio investimento allineato alla dottrina, avrà un parametro oggettivo cui riferirsi.




