Lo Ior mette in Borsa i principi cattolici: due nuovi indici con Morningstar tra big tech e banche europee
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Redazione Economia
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C’è un filo sottile, ma per nulla accidentale, che prova a cucire insieme la Dottrina Sociale della Chiesa e il flusso incessante della finanza globale; lo Ior, l’Istituto per le Opere di Religione, ha deciso di imbracciare quel filo e trasformarlo in uno strumento analitico. La banca vaticana, con una mossa che aveva già iniziato a prendere forma nei corridoi silenziosi del suo ufficio asset management, ha annunciato il varo di due benchmark azionari tematici – il Morningstar IOR Eurozone Catholic Principles e l’omologo per gli Stati Uniti – costruiti per coniugare l’efficienza dei mercati con il vaglio rigoroso dei princìpi etici di matrice cattolica -1-9.
Non si tratta, lo si deve chiarire subito, di un semplice esercizio di stile comunicativo. L’operazione, sviluppata in tandem con Morningstar Indexes, poggia su un’architettura precisa: ciascun paniere contiene cinquanta emittenti, tutti selezionati tra società a media e grande capitalizzazione. L’intenzione dichiarata, e del resto certificata dalle dichiarazioni del vicedirettore delegato Giovanni Boscia, è quella di forgiare un parametro di riferimento che sia al contempo trasparente, rigoroso e, aspetto non secondario, pienamente azionabile da parte di investitori istituzionali legati al mondo ecclesiale o semplicemente sensibili a istanze valoriali -8-9.
I giganti del tech e del credito passano l’esame vaticano
Scorrendo i factsheet diffusi da Morningstar, l’osservatore si trova di fronte a un paradosso solo apparente. Nel listino americano campeggiano nomi come Meta Platforms, Amazon, Nvidia, Tesla e Apple; in quello europeo, invece, svettano ASML, Deutsche Telekom, SAP, Banco Santander e la francese Hermès -7-9. Aziende, queste, che spesso hanno incrociato nel loro percorso di crescita lo scandalo, la contestazione sociale o il dubbio antitrust. Eppure, per lo Ior, la loro conformità all’etica cattolica – declinata attorno ai pilastri della salvaguardia della vita, della responsabilità sociale e della lotta alla corruzione – è stata giudicata soddisfacente -2-6.
Il filtro applicato, va detto, opera per esclusione: vengono estromessi i produttori di armamenti, le farmaceutiche coinvolte in pratiche contrarie al magistero sulla vita e quei modelli di business ritenuti strutturalmente incompatibili con la dottrina. Tutto il resto, a patto di rispettare i criteri generali, può entrare. Ed è così che una società accusata di elusione fiscale o di condizioni di lavoro opache può comunque ricevere il nihil obstat finanziario vaticano -2.
Una rincorsa alla credibilità dopo decenni di ombre
L’iniziativa, tuttavia, non nasce in un vuoto pneumatico. Lo Ior arriva a questo appuntamento dopo aver attraversato un lungo e accidentato purgatorio fatto di inchieste, condanne e reputazione logorata. Dagli anni ottanta e dal crac del Banco Ambrosiano fino alle più recenti vicende giudiziarie che hanno coinvolto vertici e manager, l’Istituto ha accumulato un debito di credibilità che papa Leone XIV – così come già il suo predecessore – ha tentato di ripianare con una stagione di riforme interne e aperture all’esterno -8-10.
La partnership con un gigante dell’informazione finanziaria come Morningstar e il lancio di benchmark certificati rappresentano, in questa prospettiva, una tappa quasi obbligata. Si tratta di mostrare ai regolatori, ai depositari e al mondo cattolico diffuso che la banca vaticana è ormai in grado di maneggiare gli stessi strumenti delle controparti laiche, anzi aggiungendoci un surplus di attenzione all’etica -1-9.
Un mercato già affollato di fedeli e rendimenti
Chi immaginasse una nicchia deserta, però, sbaglierebbe. Il segmento degli investimenti religiosi – e cattolici in particolare – è tutt’altro che vergine. Sul mercato statunitense opera da anni il S&P 500 Catholic Values Index, tracciato da un ETF di Global X che raccoglie oltre un miliardo di dollari, mentre i fondi della famiglia Ave Maria Mutual Funds superano i tre miliardi e ottocento milioni di patrimonio in gestione -3-7-10.
Lo Ior, dunque, non scopre l’acqua calda; semmai prova a riappropriarsi di un ruolo di riferimento che gli era proprio sul piano istituzionale ma che il tempo e gli scandali avevano offuscato. I due nuovi indici, per ora, restano degli strumenti di misurazione: non sono fondi né ETF. Ma l’architettura tecnica è già predisposta, come ammesso dagli stessi dirigenti, per una futura convertibilità in prodotti finanziari veri e propri -8.
E mentre l’amministratore delegato EMEA di Morningstar, Robert Edwards, sottolinea come gli investitori cerchino sempre più parametri che riflettano criteri valoriali espliciti, il Vaticano consuma il suo ritorno sul parquet della finanza globale -1-6. Senza fanfare eccessive, ma con la determinazione di chi sa che la credibilità, una volta perduta, si riconquista solo un bilancio, un indice, un’operazione trasparente alla volta.




