La notte degli Oscar incorona “One Battle After Another”, ma è Sean Penn l’assente che fa discutere

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Se c’era una certezza, alla vigilia della novantottesima edizione degli Academy Awards, era che la statuetta come miglior attore non protagonista sarebbe andata a Sean Penn per la sua interpretazione in “One Battle After Another”, il film di Paul Thomas Anderson che poi si è rivelato il grande trionfatore della serata con sei premi portati a casa, tra cui quelli per la regia e per la sceneggiatura non originale. E se la previsione si è avverata, ciò che nessuno poteva anticipare era l’assenza ingiustificata – o forse fin troppo giustificata – del diretto interessato sul palco del Dolby Theatre di Los Angeles. Perché Penn, bisogna dirlo, non era lì a ritirare la sua terza statuetta in carriera, e chi ha seguito la cerimonia in diretta se ne è accorto subito, notando un vuoto che Kieran Culkin, chiamato a consegnare il premio, ha riempito con una battuta fulminante: “Sean Penn non ha potuto essere qui questa sera – o forse non ne aveva voglia”, ha scherzato il presentatore, ritirando il riconoscimento per conto dell’amico e collega. Una uscita che ha strappato più di un sorriso in sala, ma che ha anche aperto un interrogativo destinato a rimbombare nei corridoi di Hollywood per giorni: dove diavolo era finito Sean?

La risposta, per chi conosce la sua militanza politica e il suo rapporto conflittuale con il glamour delle premiazioni, non era poi così difficile da intuire. Penn, che pure aveva già disertato i precedenti appuntamenti con i SAG Awards e i BAFTA, si trovava in Ucraina, e la notizia, rimbalzata subito dopo la diretta, ha dato una dimensione diversa alla sua mancata presenza. Non era, dunque, una semplice questione di insofferenza verso i rituali hollywoodiani – che pure, va detto, non gli sono mai andati troppo a genio – ma la scelta, coerente con un percorso di impegno civile che lo ha visto più volte visitare il paese in guerra e persino donare una delle sue due precedenti statuette al presidente Volodymyr Zelensky, di stare altrove. E mentre il suo nome veniva letto ad alta voce, lui era a migliaia di chilometri di distanza, forse intento a fare ciò che considera più utile che sedersi in poltrona e sorridere per i fotografi. Una presa di posizione, la sua, che ha inevitabilmente polarizzato il pubblico dei social, dividendolo tra chi lo ha accusato di snobismo e mancanza di rispetto verso l’Academy e chi, al contrario, ha visto nella sua assenza una forma di protesta silenziosa e dignitosa.

Nel frattempo, sul red carpet e dentro l’auditorium, la macchina hollywoodiana ha continuato a girare a regime, tra lustrini e messaggi politici filtrati. E a proposito di politica, se Penn ha scelto la via della lontananza fisica per far sentire la propria voce, altri hanno approfittato del palcoscenico per lanciare appelli diretti. Il più esplicito è stato senza dubbio Javier Bardem, che presentando il premio per il miglior film internazionale accanto a Priyanka Chopra, ha scandito con chiarezza le parole “No alla guerra e Palestina libera”, un intervento che ha scatenato un’ovazione in sala e che ha riportato i riflettori sui conflitti in Medio Oriente, in una serata che la produzione, complice una congiuntura globale difficile, aveva cercato di mantenere piuttosto blindata e lontana da esplicite dichiarazioni. Pochi i riferimenti diretti alla nuova amministrazione Trump, appena insediata alla Casa Bianca, ma il clima generale, percepibile anche attraverso i discorsi più misurati del conduttore Conan O’Brien, era quello di un’industria che cerca di navigare in acque agitate senza perdere la bussola del proprio ruolo culturale.

L’eleganza discreta delle calzature romagnole e lo sfarzo dei red carpet

Se la cronaca si concentra giustamente sui vincitori e sugli assenti eccellenti, c’è poi un intero universo parallelo fatto di dettagli e di artigianato che merita di essere raccontato, perché è lì che spesso si annida la vera sorpresa. E così, nella lunga notte degli Oscar, tra abiti firmati e gioielli scintillanti, a catturare l’attenzione degli appassionati di moda più attenti sono state le scarpe. Non tutte, badiamo bene, ma quelle made in Romagna, e più precisamente quelle provenienti dal distretto calzaturiero di San Mauro Pascoli, che hanno calcato il red carpet ai piedi di diverse star. Un’eccellenza del territorio, quella romagnola, che non smette di farsi notare, capace di unire tradizione manifatturiera e innovazione di design in un connubio che piace alle celebrità di tutto il mondo. Tra le vincitrici della serata, l’irlandese Jessie Buckley, premiata come miglior attrice protagonista per la sua struggente interpretazione in “Hamnet” di Chloé Zhao, sfoggiava un paio di Gianvito Rossi, brand che del made in Italy ha fatto il suo cavallo di battaglia.

E poi, oltre alle creazioni dei grandi stilisti, ci sono quegli accessori che diventano portafortuna, piccoli oggetti personali che le star si portano appresso per scacciare l’ansia o per sentirsi più sicure. Si parla, in questi casi, di portacarte in pelle stampata coccodrillo o di vaporizzatori da borsa, come quello della linea N°5 di Chanel, impreziosito da una catena da polso e da piccoli charmes, quasi fossero amuleti laici in una notte in cui tutto è possibile. Piccoli vezzi, certo, che raccontano però quanto sia studiato ogni minimo dettaglio, anche quello che il pubblico da casa non vede, nascosto nelle pieghe di una gonna o stretto in una mano sudata durante l’attesa del verdetto. Perché gli Oscar, si sa, sono anche questo: una macchina perfetta di sogni e di strategie, dove il talento si mescola all’immagine e dove persino l’assenza di un attore può diventare, suo malgrado, la notizia più commentata del giorno dopo.

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