L’altalena iraniana e lo stacco delle cedole affondano Piazza Affari, la Bce teme uno “shock enorme”

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La riapertura, per quanto altalenante, dello Stretto di Hormuz ha gettato i mercati finanziari europei in una nuova seduta di profondo rosso, vanificando i timidi recuperi della scorsa settimana. Dopo i rialzi record di venerdì, legati proprio all’annuncio – poi rivelatosi temporaneo – della fine del blocco navale, un altro lunedì nero ha spazzato via ogni ottimismo: le borse del Vecchio Continente hanno subito pesanti ribassi, mentre i prezzi di petrolio e gas, motori pulsanti dell’economia globale, sono tornati a impennarsi pericolosamente. Il Ftse Mib, principale indice di Piazza Affari, è risultato tra i peggiori con una chiusura a -1,36 per cento, un dato che però racconta solo in parte la vera natura di questa flessione. A zavorrare il listino milanese, infatti, non è stata solo la paura di una guerra commerciale per il controllo del Golfo Persico, ma anche un meccanismo finanziario molto più tecnico e previsto: lo stacco dei dividendi da parte di alcune delle principali società quotate. Tra queste figurano colossi del credito come Unicredit, Mediobanca e Mediolanum, il cui effetto contabile ha pesato per circa lo 0,6% sulla performance finale dell’indice.

Il duplice peso della geografia e della finanza tecnica

Se Parigi e Francoforte hanno registrato cali rispettivamente dell’1,1% e dell’1,15%, e Londra ha limitato i danni fermandosi a -0,6%, Milano ha pagato un prezzo più alto a causa di questa congiuntura sfavorevole. L’apertura di settimana è stata caratterizzata dall’incertezza sulla reale tenuta della tregua, mentre lo spettro di un prolungamento del blocco torna a serpeggiare tra gli investitori. L’attenzione, in un clima di crescente nervosismo, è ora rivolta ai nuovi negoziati previsti a Islamabad, dove Stati Uniti e Iran – con quest’ultimo che ha inizialmente rifiutato le nuove proposte di pace – cercheranno di evitare un’escalation definitiva. L’ipotesi di un’interruzione prolungata del transito delle petroliere sta già modificando le aspettative sulla crescita, e la presidente della Bce Christine Lagarde ha definito la situazione in termini drammatici: lo shock sull’offerta di energia, ha spiegato, “è enorme” con una perdita netta stimata in 13 milioni di barili al giorno prima dell’intervento del blocco statunitense. Un dato, quest’ultimo, che restituisce la dimensione quasi epocale della crisi in atto, sebbene la stessa Lagarde abbia poi precisato che, per il momento, Francoforte non ha ancora osservato un rincaro dei prezzi energetici sufficientemente ampio da innescare una risposta di politica monetaria immediata.

L’ombra dell’inflazione e la strategia delle banche italiane

In questo contesto di “doppia incertezza” – così definita dalla numero uno della Bce – che riguarda sia la durata dello shock sia l’ampiezza delle sue ripercussioni sull’inflazione, la banca centrale europea ha scelto la via della prudenza, dichiarandosi pronta ad agire solo una volta raccolti dati più chiari. Una posizione attendista che, paradossalmente, rischia di aumentare la volatilità sui listini, lasciando gli operatori senza un orizzonte chiaro. Nel frattempo, nel palinsesto societario italiano, l’attenzione rimane focalizzata su Mps: i consiglieri eletti nella lista del consiglio uscente si preparano a sostenere il rinnovo del mandato dell’amministratore delegato, un segnale di continuità gestionale in un momento in cui l’intero sistema bancario è chiamato a navigare a vista. Sul fronte delle operazioni straordinarie, Unicredit rimane un titolo da tenere d’occhio: la banca guidata da Andrea Orcel ha presentato i dettagli di un piano volto a creare valore per Commerzbank, intravedendo per l’istituto tedesco un potenziale di crescita e riduzione dei rischi che va ben oltre quello offerto dalla sua attuale strategia.

La cronaca della tensione: il sequestro della Touska e il rifiuto di Teheran

La scintilla che ha riacceso la miccia sui mercati è stata, come spesso accade in queste latitudini, un atto di forza nel Golfo di Oman. Le forze navali statunitensi hanno sequestrato una nave mercantile battente bandiera iraniana, la Touska, colpevole di non essersi conformata alle direttive del blocco navale imposto dall’amministrazione Trump. Un’azione definita dal ministero degli Esteri di Teheran come “pirateria marittima e atto terroristico” che violerebbe il cessate il fuoco in vigore dal 7 aprile. In risposta, Teheran ha non solo respinto al mittente le accuse, ma ha ufficialmente rifiutato la partecipazione ai nuovi colloqui di pace in programma nella capitale pakistana, con i vertici politici iraniani che hanno ribadito con forza la volontà di non sottomettersi alla forza. Una posizione, questa, che getta una pesante ombra sulla missione del vicepresidente Vance, diretto a Islamabad per tentare l’ultimo assalto diplomatico prima della scadenza della tregua.

Il collo di bottiglia dell’economia globale

Le conseguenze pratiche di questa crisi diplomatica sono già visibili nei flussi di navigazione: secondo i dati di tracciamento delle navi, nelle ultime ore si è registrato un vero e proprio azzeramento del traffico commerciale nell’area. Contro una media di circa 130 imbarcazioni al giorno, nelle ultime dodici ore è stata registrata una sola uscita dal Golfo, a fronte di due sole entrate. Un fermo quasi totale che sta riscrivendo le rotte del commercio globale e che spiega l’impennata delle quotazioni delle materie prime. Sebbene nel fine settimana ci fosse stato un timido riavvio dei transiti, con oltre venti navi cisterna che avevano approfittato della momentanea riapertura, il clima è tornato quello dei giorni più bui del conflitto. Il blocco, ricordiamolo, è stato imposto dagli Stati Uniti per soffocare economicamente il regime iraniano, costringendolo a tornare al tavolo delle trattative, ma l’effetto collaterale è una pressione inflattiva che l’Europa, fortemente dipendente dalle importazioni energetiche, fatica a sostenere senza innescare una recessione.

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