La festa del «Corriere» a Ferrara tra i ricordi di Cazzullo e il ritorno di Sgarbi
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Ferrara, per tre giorni, diventa la vetrina della storia dell’informazione italiana, e lo fa ospitando quella che, nelle intenzioni di chi l’ha organizzata, vorrebbe essere solo la prima edizione di un evento destinato a ripetersi. «Abbiamo fatto tante manifestazioni importanti, ma nessuna si chiamava la Festa del Corriere», ha esordito Aldo Cazzullo davanti al pubblico del Teatro Comunale, marcando la portata simbolica dell’appuntamento che celebra il secolo e mezzo di vita del quotidiano di via Solferino, fondato ormai nel lontano 1876. L’anniversario, che ha portato in città le firme più autorevoli del giornale e non solo, trova nella capitale del Rinascimento – come l’ha definita lo stesso Cazzullo – il suo palcoscenico ideale, «una delle città che custodisce l’identità italiana», un luogo dove la memoria storica si intreccia con la cronaca più attuale.
L’apertura ufficiale della tre giorni, in programma dall’1 al 3 maggio, ha visto alternarsi sul palco i volti noti del giornalismo nostrano, con Fabrizio Roncone ad affiancare Cazzullo in una conversazione che ha subito messo in luce le aspettative per questa kermesse. Roncone, nel suo intervento, ha sottolineato come la bellezza e la storia di Ferrara finiscano quasi per sovrapporsi a quelle del giornale, creando un legame quasi simbiotico tra la città estense e la testata milanese. Se l’aspetto celebrativo è stato predominante nella prima giornata, l’attenzione non è mancata nemmeno per gli scenari politici, sebbene l’analisi della situazione – come suggerito dagli stessi relatori – lasci spazio a un’evoluzione che potrebbe riservare sorprese nei prossimi mesi, senza però scadere in facili previsioni.
Il ritorno di Vittorio Sgarbi, tra applausi e confessioni intime
Ma è stato un altro momento, quello che molti attendevano con trepidazione, a catalizzare l’attenzione della serata: l’intervista di Aldo Cazzullo a Vittorio Sgarbi. «Vittorio nella sua amata Ferrara», hanno annunciato dal palco, e la sala gremita è esplosa in un applauso fragoroso, quasi commosso, al semplice pronunciare del suo nome. Il critico d’arte, accolto come un figlio che ritorna a casa dopo un periodo di assenza dai riflettori, ha scelto questo scenario per aprirsi con una sincerità disarmante, lontana dai toni sopra le righe che spesso lo hanno caratterizzato. Cazzullo, da par suo, ha saputo guidare l’intervista in territori inesplorati, spingendo Sgarbi a raccontare il suo rapporto con la solitudine e con il tempo che passa.
Rispondendo a una precisa sollecitazione, Sgarbi ha rivelato di aver sentito vicino, negli ultimi tempi, il celebre «L’Urlo» di Edvard Munch, non come emblema di una disperazione urlata, ma come rappresentazione silenziosa del dubbio quotidiano e dei tradimenti che la vita ci riserva. Alla domanda sulla morte, poi, la sua replica è stata un piccolo concentrato di filosofia classica, capace di strappare un sorriso amaro e pensieroso al pubblico: «No, non mi fa paura, perché quando c’è la morte non ci siamo noi e quando ci siamo noi non c’è la morte». E se la paura è bandita, la curiosità resta, tanto che il critico ha descritto il suo personale immaginario dell’aldilà come un luogo monocromo e prevalentemente verde, a dimostrazione che anche un personaggio così sopra le righe possiede una profondità spirituale che raramente mostra in televisione.
Il legame con Ferrara e gli sprazzi di politica attuale
L’affetto per la città, del resto, è stato il filo conduttore di tutto il suo intervento. Sgarbi, visibilmente emozionato, non ha nascosto la felicità di essere tornato a parlare in quello che considera il suo luogo dell’anima, un contesto che gli ha permesso di affrontare anche temi scottanti di politica nazionale con la consueta, provocatoria schiettezza. Spinto da Cazzullo a giocare il ruolo del commentatore, il critico ferrarese non si è sottratto al gioco delle alleanze: alle eventuali primarie del centrosinistra, tra i nomi che circolano in queste settimane, ha indicato la sua preferenza per la Salis, una dichiarazione che, sebbene non supportata da annunci ufficiali, ha acceso il dibattito tra i presenti.
Ma non è stato l’unico spunto. Parlando della Biennale di Venezia e delle polemiche riguardanti l’esclusione o l’inclusione di certe nazioni, Sgarbi ha preso le distanze da posizioni troppo rigide, sostenendo che vedere rappresentate simultaneamente Russia e Ucraina non possa che essere utile all’arte. «L’arte sfugge a questo controllo», ha spiegato, ribadendo la sua visione liberale della cultura, dove la forza individuale dell’artista deve sempre prevalere sulle restrizioni imposte dai regimi politici. Una posizione, la sua, che non ha mancato di suscitare reazioni in platea, ma che conferma quel ruolo di intellettuale controcorrente che Sgarbi ha sempre interpretato.
Il programma e la macchina organizzativa dell’evento
La macchina organizzativa della Festa, va detto, non si è limitata ai grandi nomi. L’inaugurazione formale è stata affidata al presidente di Rcs MediaGroup, Urbano Cairo, e al direttore del giornale, Luciano Fontana, presenti sul palco per sancire l’importanza di questo legame con il territorio. A loro si è aggiunto il neo direttore di «7», a sottolineare come il giornale intenda rinnovarsi guardando anche ai suoi inserti più iconici. La prima serata si è poi conclusa con un momento di spettacolo puro, quello dedicato a san Francesco, che ha visto protagonista ancora Cazzullo, questa volta affiancato dal cantautore Angelo Branduardi, la cui musica ha fatto da contrappunto poetico alle parole del giornalista.
E se il primo giorno ha regalato emozioni alte, il programma dei giorni successivi promette di mantenere alta l’asticella. Oltre agli appuntamenti già menzionati, Ferrara ospiterà Beppe Severgnini e il suo spettacolo sull’arte di invecchiare, oltre a Walter Veltroni che porterà in scena le emozioni degli anni Sessanta. La tre giorni, dunque, si configura come un vero e proprio contenitore culturale, dove il giornale esce dalla carta stampata per diventare un’esperienza dal vivo, fatta di confronto e di spettacolo. L’auspicio, nelle parole di chi ha organizzato, è che questa sia solo la prima di una lunga serie, un modo per tenere viva la memoria dei 150 anni senza guardare solo al passato, ma costruendo solide fondamenta per il futuro dell’informazione italiana.




