Il Napoli batte il Cagliari e conquista il quarto scudetto: un trionfo che sa di kolossal
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Redazione Sport
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Lo stadio “Maradona”, gremito all’inverosimile, ha fatto da cornice a una serata che resterà nella storia: il Napoli, battendo 2-0 il Cagliari, si è aggiudicato il quarto scudetto, il secondo negli ultimi tre anni. La partita, equilibrata e nervosa, ha trovato la sua svolta solo sul finire del primo tempo, quando Scott McTominay – uno degli artefici di questa stagione straordinaria – ha superato con un preciso rasoterra il portiere cagliaritano Sherri, fino a quel momento insuperabile. Il raddoppio, arrivato nella ripresa, ha chiuso un match che, al di là del risultato, sancisce il ritorno del club partenopeo tra le grandi del calcio italiano.
Aurelio De Laurentiis, presidente visionario e spesso discusso, ha replicato il successo del 2023 con una squadra costruita attraverso un mercato mirato e costoso. Se allora c’era chi storceva il naso davanti ai suoi metodi, oggi è difficile non riconoscergli il merito di aver trasformato il Napoli in una macchina da titoli. La sua gestione, a tratti spregiudicata, ha portato in Campania giocatori come McTominay, Lukaku e Buongiorno, pilastri di un progetto che, nonostante un avvio in salita, ha trovato la sua strada.
Perché questo scudetto, in realtà, nasce da una sconfitta: quel 3-0 subito a Verona il 18 agosto, quando la squadra, ancora acerba e incompleta, sembrava destinata a una stagione di transizione. Antonio Conte, allenatore abituato a missioni impossibili, ha saputo rimontare una situazione che molti davano per compromessa. La sua capacità di plasmare un gruppo eterogeneo, unita alla freddezza con cui ha gestito le pressioni, ha fatto il resto.
Ma il vero protagonista, oltre ai giocatori e allo staff, è Napoli stessa. Una città che, come scriveva Eduardo De Filippo, è un teatro sempre aperto, capace di abbracciare e trafiggere, di esaltare e consumare. I festeggiamenti, già iniziati ieri, continueranno per giorni: dal murale di Maradona alle strade del centro, fino alla tradizionale offerta di un cero a San Gennaro. Perché qui il calcio non è solo sport, ma rito collettivo, narrazione che si mescola alla vita.




