Aggressione a Milano, il criminologo Calderoni: «Telecamere? Non fermano i folli»
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Redazione Interno
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La notte e la nebbia, si diceva una volta, sono il miglior complice del delitto. Ma a Milano, in una mattinata di luglio, sotto il sole di via Capecelatro, quella regola sembra essere stata sovvertita da un gesto che ha della follia più che della premeditazione. La brutale aggressione ai danni di Gerardo P., 55enne accoltellato mentre conversava con l'anziano padre fuori dal bar "La Giada", ha riaperto la consueta, stancante, querelle sulla sicurezza urbana.
Tra politici che si rimpallano le responsabilità e cittadini che chiedono più controlli, il dibattito rischia però di perdersi in luoghi comuni che poco hanno a che fare con la realtà dei fatti. Per fare chiarezza, è intervenuto ai microfoni di Radio Marconi il criminologo Francesco Calderoni, docente all'Università Cattolica, il quale ha offerto un punto di vista che scardina molte delle certezze su cui si basa la retorica della sicurezza a vista.
Il caso Saidilly e il muro di silenzio dell'aggressore
Il presunto autore del gesto, Lamin Saidilly, 22 anni, italiano di origini gambiane, si trova attualmente in carcere con l'accusa di tentato omicidio. L'udienza di convalida dinanzi al giudice ha avuto esiti negativi, perlomeno dal punto di vista della ricostruzione processuale. L'indagato, assistito dall'avvocata Simona Brambilla, ha infatti esercitato il diritto al silenzio, rifiutandosi di rispondere alle domande del magistrato.
Un atteggiamento, quello del mutismo, che viene giustificato dalla difesa con un presunto vuoto di memoria: secondo la legale, Saidilly non avrebbe alcun ricordo dell'aggressione, né tantomeno della delirante frase che gli è stata attribuita – "Mi sono divertito, una volta fuori lo rifaccio" – e che ha contribuito a inasprire il clima di sdegno popolare.
Il profilo del 22enne: tra Inghilterra e Conegliano
Le indagini dei carabinieri, coordinate dalla Procura di Milano, hanno iniziato a tracciare il profilo del giovane, dipingendo il ritratto di un soggetto ai margini, più che di un criminale organizzato. Dalle prime verifiche emerge che Saidilly aveva scontato un periodo di detenzione in Inghilterra, sebbene la natura del reato commesso oltremanica non sia stata ancora resa nota. Rientrato in Italia, si era stabilito a Conegliano Veneto, dove aveva trovato lavoro come magazziniere in una nota azienda alimentare della zona.
Un'esistenza apparentemente normale, quella del 22enne, che però si è interrotta bruscamente a causa di un litigio con il padre. Il quale, stando alle ricostruzioni, lo avrebbe cacciato di casa, innescando una sorta di deriva che ha portato Saidilly a Milano lo scorso 23 giugno. Un arrivo in città, quindi, avvenuto appena undici giorni prima dell'aggressione, quasi come fosse l'ultima tappa di un vagabondaggio senza meta.
L'analisi di Calderoni: il limite della videosorveglianza
Di fronte a episodi di questo tipo, la richiesta più immediata che viene dalla piazza e dalla politica è quasi sempre la stessa: più telecamere, più pattuglie, più controllo. Un refrain che Calderoni ha smontato con la consueta lucidità. Il criminologo ha infatti sottolineato come la videosorveglianza abbia un'efficacia estremamente limitata nella prevenzione di reati impulsivi o compiuti da soggetti con disturbi della personalità.
«Le telecamere – ha spiegato Calderoni – sono uno strumento fondamentale per le indagini, servono a ricostruire la dinamica dei fatti e a identificare i colpevoli dopo il reato. Ma non fermano un folle che decide di accoltellare un passante in pieno giorno». Una precisazione che sposta il fulcro del problema dalla tecnologia alla natura umana, più imprevedibile e difficilmente controllabile con un semplice occhio elettronico. La sicurezza, in casi come questo, si scontra con l'imprevedibilità dell'atto irrazionale, una variabile che nessun sistema di sorveglianza può azzerare del tutto.
La replica del sindaco Sala: «Non era un milanese»
Le dichiarazioni del criminologo trovano un contraltare politico nelle parole del sindaco Giuseppe Sala, intervenuto a margine di un evento al Teatro alla Scala. Con una certa dose di realismo, se non di fatalismo, il primo cittadino ha cercato di ridimensionare la portata dell'emergenza, spostando l'attenzione sulla provenienza geografica e sulla situazione familiare del ragazzo. «Questo non era un milanese – ha affermato Sala – era uno di Conegliano che scappa di casa, se ne sta in giro, poi decide di venire a Milano a compiere un atto del genere».
Un tentativo di arginare la narrazione di una città allo sbando, che però rischia di apparire come una difesa d'ufficio più che come una proposta politica. Sala ha inoltre lanciato un appello alla responsabilità collettiva, invitando la politica a smetterla di giocare allo scaricabarile: «Se la politica continua a confrontarsi su chi ha la colpa, non si va da nessuna parte», ha dichiarato, sottolineando come la sicurezza sia un tema troppo serio per essere ridotto a mero strumento di polemica tra opposte fazioni.
Tra rabbia e ragione: i numeri della sicurezza a Milano
Al di là del clamore mediatico suscitato dall'accoltellamento, i dati statistici offrono un quadro più sfumato di quello che traspare dai titoli dei giornali. Milano rimane una metropoli complessa, con un alto tasso di criminalità predatoria legato al turismo e alla movida, ma gli omicidi e le aggressioni gravi, per quanto ripugnanti, rappresentano ancora un'eccezione statistica.
Il caso di via Capecelatro, per la sua efferatezza e per l'apparente gratuità, rientra nella categoria dei reati che più spaventano l'opinione pubblica, proprio perché sfuggono a qualsiasi logica di prevenzione basata sul semplice aumento dei controlli. L'analisi di Calderoni, in questo senso, invita a riflettere sulla necessità di investire in politiche sociali e di salute mentale, piuttosto che affidarsi esclusivamente al pugno di ferro.
La vicenda giudiziaria, nel frattempo, proseguirà con le indagini per accertare l'effettiva capacità di intendere e di volere di Saidilly al momento del fatto, un elemento che potrebbe risultare decisivo per la determinazione della pena e per la sua eventuale imputabilità.




