Influenza aviaria, i rischi reali per chi consuma pollo e uova

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Redazione Salute Redazione Salute   -   L'emergere ricorrente di virus, che hanno segnato gli ultimi anni con eventi di portata globale, ha inevitabilmente acuito l'attenzione della collettività verso qualsiasi minaccia epidemica, spingendo molti a interrogarsi sulla sicurezza delle proprie abitudini quotidiane. Tra queste, il consumo di carni avicole e di uova è finito sotto esame ogni qualvolta si riaccendono i riflettori sull'influenza aviaria, un agente patogeno che, sebbene noto da tempo, continua a presentarsi con focolai che impongono risposte sanitarie immediate. La domanda, che sorge spontanea di fronte a notizie di focolai in allevamenti, è se sia il caso di bandire dalla propria tavola questi alimenti per scongiurare qualsiasi, seppur remota, possibilità di contagio.

Le misure di contenimento e la situazione nel novarese

Proprio nel Novarese, per fare un esempio concreto, la conferma di un focolaio di influenza aviaria ad alta patogenicità in un allevamento ha innescato il consueto, ma rigoroso, protocollo di sicurezza. Il Dipartimento di Prevenzione dell'Asl locale, rappresentato da Alberto Borella e Gianfranco Zulian, ha infatti emanato un'ordinanza che istituisce una zona di sorveglianza della durata di trenta giorni, la quale interessa una quindicina di comuni e impone una serie di restrizioni operative per gli allevamenti e i piccoli pollai ricadenti in un perimetro di dieci chilometri. Tali provvedimenti, che mirano a circoscrivere il virus e a prevenirne la diffusione, rappresentano la prima e più importante barriera per proteggere il patrimonio avicolo e, di conseguenza, la filiera produttiva.

Il contesto più ampio e la diffusione nel nord Italia

Il caso novarese, per quanto significativo, non costituisce un episodio isolato bensì si inserisce in un quadro più complesso che interessa principalmente le regioni del nord. In Lombardia, per citare la situazione più emblematica, si è registrato un accumulo di quasi sessanta focolai nel corso degli ultimi diciotto mesi, un dato che ha portato all'isolamento di quarantaquattro aziende. Con l'abbassarsi delle temperature, fenomeno che favorisce la circolazione virale, i casi hanno ripreso a moltiplicarsi a partire dal mese di ottobre, interessando non solo il territorio lombardo ma anche quello di Veneto, Emilia-Romagna e Friuli-Venezia Giulia, costringendo le amministrazioni locali a un costante innalzamento della guardia.

Il parere dell'esperto sulla sicurezza alimentare

Alla luce di questa recrudescenza dei focolai, l'interrogativo principale per il consumatore rimane legato alla salubrità di ciò che porta in tavola. La risposta degli esperti, basata su evidenze scientifiche consolidate, è rassicurante: non sussiste alcun pericolo di contrarre l'infezione consumando carni di pollo o uova che siano state adeguatamente cotte e manipolate secondo le normali norme igieniche. Il virus H5N1, infatti, viene completamente inattivato dalle alte temperature raggiunte durante la cottura, un processo che ne annulla qualsiasi capacità infettiva. Il vero rischio di trasmissione all'uomo, seppur considerato basso dalla comunità scientifica, è associato non al consumo alimentare bensì al contatto diretto e non protetto con animali infetti o con le loro deiezioni, un evento che riguarda principalmente chi opera professionalmente all'interno degli allevamenti.

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