Omicidio a Monserrato, la trappola in piazza e il grilletto ancora senza nome
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Redazione Interno
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La notte era cominciata come un gesto di ordinaria amicizia, quel semplice accompagnare qualcuno che non se la sente di andare da solo: per Leonardo Mocci, però, quella breve deviazione a Monserrato si è trasformata in un agguato senza uscita. Il giovane muratore di 23 anni, originario di Villacidro, è stato ucciso nella notte tra mercoledì e giovedì in piazza Settimio Severo, raggiunto al cuore da un colpo di pistola di grosso calibro; i carabinieri, da quel momento, hanno iniziato a lavorare su una ricostruzione che appare sempre più chiara, quella di un appuntamento rivelatosi una trappola mortale tesa con l’inganno. Secondo quanto emerso, infatti, Mocci aveva accettato di fare da “scorta” a un conoscente impaurito, un ragazzo che doveva incontrare qualcuno nella piazzetta ma che temeva di presentarsi da solo; arrivati sul posto, però, in meno di cinque minuti la situazione è precipitata, e quel conoscente – l’amico che avrebbe dovuto proteggere – è stato selvaggiamente aggredito e picchiato al volto. Da qui, la dinamica accertata: qualcuno ha iniziato a percuotere l’amico di Leonardo, e il giovane muratore si è messo in mezzo per cercare di fermare il pestaggio; un gesto, questo, che gli è costato la vita, perché l’aggressore, a distanza ravvicinata, ha estratto una pistola e gli ha sparato un unico colpo, centrandolo in pieno petto.
La fuga in Panda e le zone d’ombra del racconto
Ciò che rende il quadro ancora più intricato è il comportamento dell’amico sopravvissuto, che invece di prestare soccorso è fuggito a bordo della Fiat Panda bianca di proprietà della famiglia Mocci, abbandonando il del ventitreenne sull’asfalto. Il ragazzo, che riportava sul volto i segni evidenti delle percosse ricevute, si è allontanato a tutta velocità dalla piazza; secondo quanto avrebbe poi raccontato agli inquirenti, avrebbe abbandonato l’auto poco dopo a Settimo San Pietro, per poi fare ritorno a Monserrato con un altro amico nel tentativo – mai riuscito – di recuperare Leonardo. A quel punto, però, i carabinieri erano già stati allertati dai residenti di una delle palazzine che si affacciano sulla piazza, quelli che avevano sentito lo sparo e, affacciandosi, avevano visto il corpo riverso a terra; l’amico, dunque, ha dovuto limitarsi a guardare da lontano mentre i militari mettevano i sigilli alla scena del crimine. Questo giovane, quello che è scappato con la Panda, è attualmente uno dei due testimoni principali ascoltati dai carabinieri nella caserma di via Nuoro, insieme a un residente della piazza che avrebbe assistito alla fuga; i suoi racconti, però, sono stati giudicati confusi e – secondo indiscrezioni – pieni di contraddizioni, tanto da far ipotizzare che possa presto finire sotto inchiesta per favoreggiamento.
Lo stub, i telefonini e la stretta sulle presenze in piazza
Gli investigatori del Nucleo investigativo di Cagliari, coordinati dai sostituti procuratori Enrico Lussu e Diana Lecca, hanno intanto blindato l’area investigativa con un’operazione senza precedenti: dodici persone, ritenute presenti sul luogo del delitto al momento dello sparo, sono state sottoposte alla prova dello stub, quel test detto “guanto di paraffina” in grado di rilevare i residui di polvere da sparo su mani e abiti. L’obiettivo è chiaro, trovare tracce dell’esplosione del proiettile che ha ucciso Mocci, e dunque identificare chi ha premuto il grilletto; parallelamente, i carabinieri hanno sequestrato diversi telefoni cellulari, sperando di intercettare messaggi o chiamate che possano ricostruire i contatti avuti dalle persone coinvolte nelle ore precedenti all’omicidio. La pista seguita dalla procura sembra già delineata: gli inquirenti hanno perquisito un appartamento in uno dei palazzi che si affacciano sulla piazza, quello da cui probabilmente è partito il gruppo che ha atteso il giovane muratore e il suo amico. I residenti della zona, pur avendo sentito lo sparo, avevano inizialmente scambiato il rumore per un petardo; ma le immagini delle telecamere di videosorveglianza – e ci sono diverse telecamere in quella piazza – stanno ora fornendo un contributo decisivo per incastrare il killer.
Il dolore di un padre che chiede giustizia e il ritratto di un campione
Mentre gli inquirenti stringono il cerchio, a Villacidro è il padre della vittima, Raimondo – conosciuto da tutti come “Mondo” Mocci – a spezzare il silenzio con un dolore che non cerca giri di parole: «Mio figlio Leonardo era un ragazzo pieno di vita, un campione nello sport e purtroppo si è trovato nel posto sbagliato nel momento sbagliato», ha dichiarato, aggiungendo con fermezza che «chi lo ha ucciso deve pagare». Un ritratto, quello del giovane muratore, che emerge nitido dai racconti di chi lo conosceva: nel 2018 era diventato campione regionale di ciclocross, e da circa tre anni si era appassionato alla boxe, frequentando assiduamente la palestra del palazzetto dello sport del TeamLoi; da poco, inoltre, aveva partecipato anche alla Sky Race a Villacidro. Leonardo lavorava insieme al padre nell’impresa di famiglia, faceva il muratore, e quella notte era semplicemente uscito con degli amici; forse la sua unica “colpa” è stata quella di non essersi tirato indietro quando qualcuno gli ha chiesto un passaggio, o forse di essersi messo in mezzo tra due litiganti senza sapere che uno di loro aveva una pistola carica. La sua Panda bianca, intanto, è stata ritrovata, ma il nome di chi ha premuto il grilletto resta ancora un’ombra che gli inquirenti, giorno dopo giorno, cercano di dissolvere.




