Omicidio a Monserrato, la caccia al killer si stringe su tre giovani
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Redazione Interno
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Nessuna tregua per gli investigatori, che hanno passato la notte a vagliare frame e testimonianze, nel tentativo di tracciare un identikit preciso dell’assassino di Leonardo Mocci, il ventitreenne trovato riverso sull’asfalto con un colpo di pistola al petto. A Monserrato, nel cuore del complesso di edilizia popolare di piazza Settimio Severo – quello stesso spazio stretto tra cinque palazzine e i loro pilotis – la caccia all’uomo si fa serrata, e il cerchio attorno ai responsabili si starebbe restringendo in modo significativo su tre ragazzi, ritenuti dai carabinieri della compagnia di Quartu gli unici ad avere avuto un contatto diretto con la vittima nelle fasi immediatamente precedenti allo sparo. Loro, probabilmente, potrebbero custodire la chiave di volta di un delitto che ha sconvolto la quiete apparente della periferia cagliaritana.
Le telecamere e gli amici: gli occhi elettronici incastrano i sospettati
Il lavoro certosino dei militari, alimentato da un flusso continuo di informazioni raccolte durante gli interrogatori notturni, si concentra ora su due direttrici parallele. Da un lato, c’è il fiume di immagini restituite dai sistemi di videosorveglianza che, come ha ricordato il primo cittadino Tommaso Locci, coprono l’intera zona dell’agguato; dall’altro, le dichiarazioni rilasciate dagli amici che erano con Mocci nelle ore antecedenti il ferimento. Sono proprio loro, quei giovani sentiti ripetutamente in caserma, ad aver fornito particolari che avrebbero permesso di ricostruire gli ultimi, confusi minuti di vita del muratore originario di Villacidro. Un passaggio, quest’ultimo, che gli inquirenti ritengono decisivo per capire se si sia trattato di un regolamento di conti maturato altrove – magari proprio nel paese d’origine della vittima – oppure di una lite improvvisa, degenerata in tragedia senza un movente apparente.
Lo stub e l’autopsia: gli esami che possono inchiodare il killer
C’è però anche un fronte tecnico, quello delle prove scientifiche, sul quale i carabinieri stanno scommettendo parecchio. Dodici persone, tra testimoni e soggetti ritenuti potenzialmente presenti sul luogo del delitto, sono state sottoposte alla prova dello stub, l’esame che rileva eventuali residui di polvere da sparo sulle mani. Un numero, quello dei dodici, che indica chiaramente la volontà di non lasciare nulla di intentato: chiunque abbia impugnato l’arma nelle ore successive allo sparo, infatti, difficilmente potrà eludere questa trappola chimica. Parallelamente, si attende l’esito dell’autopsia affidata al medico legale Roberto Demontis, i cui risultati – attesi già dalle prossime ore – potrebbero definire con precisione la distanza del colpo e l’angolazione del proiettile, due elementi che da soli basterebbero a confermare o a smentire la versione dei fatti fornita dai tre indagati di fatto.
Un ventitreenne lontano da casa, il viaggio verso la morte
Resta, sullo sfondo di un’indagine che non concede soste, l’interrogativo forse più inquietante: cosa spinge un ragazzo di Villacidro, un muratore con la vita davanti – come ha avuto modo di dire il sindaco – ad affrontare un viaggio di quasi cinquanta chilometri per ritrovarsi, nel cuore della notte, in quella piazza monserratina? Nessuna risposta, per ora, filtra dagli uffici della compagnia di Quartu, dove gli investigatori continuano a setacciare i tabulati telefonici e i messaggi scambiati dalla vittima nelle ventiquattro ore precedenti l’omicidio. Il movente, insomma, resta un’incognita, eppure la sensazione che trapela dalle stanze del comando è quella di un mosaico in via di composizione: pezzo dopo pezzo, stub dopo stub, fotogramma dopo fotogramma, il volto del killer sta lentamente emergendo dal buio di quella notte tra giovedì e venerdì.




