Dopo dieci anni, il mistero del volo MH370 potrebbe essere vicino a una svolta
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Redazione Esteri
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Sono trascorsi oltre un decennio da quella notte dell'8 marzo 2014, quando il Boeing 777 della Malaysia Airlines, partito da Kuala Lumpur con destinazione Pechino, svanì dai radar dopo aver sorvolato il Mar Cinese Meridionale. A bordo, 239 persone – 227 passeggeri e 12 membri dell'equipaggio, per la maggior parte di nazionalità cinese, ma anche malesi, australiani e cittadini di altri paesi – scomparvero nell'arco di poche, drammatiche ore. L'aereo, come accertarono in seguito le indagini tecniche, deviò inaspettatamente dalla rotta prestabilita, proseguendo il suo volo per ore in direzione dell'Oceano Indiano meridionale, dove si ritiene, con altissima probabilità, che sia precipitato. La scomparsa del volo MH370, che non ha lasciato superstiti, rappresenta ancora oggi uno dei capitoli più oscuri e dolorosi della storia dell'aviazione commerciale, un enigma tecnologico e umano la cui soluzione è attesa da familiari e investigatori di tutto il mondo.
Le ipotesi e il lungo percorso investigativo
Negli anni, le investigazioni – che hanno coinvolto autorità di diverse nazioni – si sono succedute senza mai approdare a una verità definitiva, seguendo piste che hanno spaziato dal guasto tecnico all'azione deliberata di qualcuno presente in cabina di pilotaggio. Molte di esse, purtroppo, si sono rivelate dei vicoli ciechi, alimentando frustrazione e un senso di sospensione difficile da colmare. Non sono mancati, nel corso del tempo, ritrovamenti di detriti sulle coste dell'Africa orientale, alcuni dei quali sono stati confermati come appartenenti al velivolo disperso, i quali però non hanno permesso di localizzare il relitto principale né di chiarire le dinamiche precise dell'incidente. Questi frammenti, se da un lato hanno fornito prove tangibili della fine tragica del volo, dall'altro non hanno sciolto i nodi fondamentali della vicenda, lasciando aperte numerose questioni sulle quali gli esperti continuano a confrontarsi.
Il nuovo mandato affidato a Ocean Infinity
Ora, in quello che molti considerano un ultimo, cruciale tentativo, le ricerche sistemiche stanno per ripartire sotto la guida della società di robotica marina Ocean Infinity, la quale ha già condotto operazioni simili in passato. L'azienda, che ha sedi operative nel Regno Unito e negli Stati Uniti, aveva già tentato una campagna all'inizio di quest'anno, interrotta poi ad aprile a causa delle avverse condizioni meteorologiche. Il nuovo piano operativo, la cui partenza è imminente, prevede l'esplorazione di un'area di circa 15mila chilometri quadrati nell'Oceano Indiano, una zona distinta da quelle battute nelle precedenti, costosissime missioni. Il contratto stipulato con le autorità malesi è di tipo "no-cure, no-pay", il che significa che a Ocean Infinity sarà corrisposto un compenso, stimato attorno ai 70 milioni di dollari, solamente in caso di effettivo ritrovamento di porzioni significative del relitto o dei registratori di volo.
La sfida tecnologica e le attese
La missione si avvarrà delle più avanzate tecnologie disponibili nel campo della ricerca sottomarina, tra cui droni autonomi e sonar a lungo raggio, in grado di scandagliare i fondali oceanici anche a profondità estreme. L'obiettivo primario, ovviamente, è localizzare la fusoliera principale e le scatole nere, il cui contenuto potrebbe finalmente svelare la sequenza degli eventi che portarono alla tragedia. La ripresa delle operazioni, che giunge dopo anni di stallo e di pressioni da parte delle famiglie delle vittime, riaccende una speranza seppur cauta. Mentre l'attenzione della stampa internazionale torna a concentrarsi sull'Oceano Indiano, il lavoro degli specialisti procederà in silenzio, scandito dal meticoloso esame dei dati raccolti dalle apparecchiature, nella consapevolezza che il tempo a disposizione per trovare risposte non è infinito.




