Male, riprendono le ricerche del volo MH370, mistero dei cieli dal 2014
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Redazione Esteri
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Oltre undici anni dopo la sua inspiegabile scomparsa, che ha dato vita a uno dei capitoli più intricati e dolorosi nella storia dell'aviazione civile, la caccia al Boeing 777 del volo MH370 della Malaysia Airlines è destinata a riaprirsi. Lo ha annunciato il Ministero dei Trasporti malese, stabilendo per il prossimo 30 dicembre la ripresa delle operazioni di ricerca in mare profondo, una decisione che riaccende, seppur flebilmente, la speranza di porre fine a un enigma che ha superato i confini della tragedia per diventare un rompicapo globale. L'aereo, partito da Kuala Lumpur per un volo di routine diretto a Pechino, svanì infatti dai radar nella notte dell'8 marzo 2014, portando con sé i destini di 239 persone, tra passeggeri e membri dell'equipaggio, le cui famiglie attendono ancora, dopo un decennio, un luogo sul quale piangere.
Le tracce nell'oceano e le ricerche fallite
Le indagini, che mobilitarono risorse senza precedenti a livello internazionale, si concentrarono nell'immensità dell'Oceano Indiano meridionale, dove i dati satellitari – pur nella loro ambiguità – suggerirono che l'aereo potesse essersi schiantato dopo una deviazione radicale e inspiegabile dalla rotta prestabilita. Quelle analisi tecniche, sebbene abbiano circoscritto un'area di ricerca vastissima e dalle condizioni proibitive, non hanno mai condotto al ritrovamento del relitto principale, nonostante le costose campagne di scandaglio del fondale marino condotte negli anni successivi alla scomparsa. Si raccolsero, è vero, alcuni frammenti che le autorità giudiziarie accreditarono come parti del velivolo, rinvenuti sulle coste dell'Africa orientale e delle isole dell'Oceano Indiano, pezzi che, seppur fondamentali per confermare l'ipotesi dell'incidente, nulla hanno aggiunto sulla dinamica precisa dell'evento né, tantomeno, sulla posizione esatta della fusoliera.
Un caso giudiziario ancora aperto
La vicenda, peraltro, non si è mai limitata alla sola dimensione della ricerca tecnica, sviluppandosi parallelamente su un piano giudiziario e investigativo complesso, dove le inchieste – condotte da più paesi – hanno esaminato una pletora di elementi, dal profilo dei piloti ai sistemi di bordo, senza però approdare a una verità giudiziaria definitiva. Le indagini sulla cronaca nera legata al caso, condotte con discrezione e rispetto per le vittime, hanno vagliato ipotesi che spaziavano da un atto deliberato fino a catastrofici guasti tecnici, senza che alcuna teoria prevalesse in modo incontrovertibile, lasciando il mistero avvolto in uno spesso strato di congetture. La mancanza di una "scatola nera", il cui registratore vocale avrebbe potuto sciogliere molti nodi, ha reso l'intera faccenda ancor più opaca, alimentando nel tempo speculazioni che spesso hanno oltrepassato i confini del ragionevole, mentre le famiglie delle vittime chiedevano, semplicemente, verità e giustizia.
La nuova speranza delle tecnologie
La decisione malese di tornare a cercare, affidata con ogni probabilità a consorzi specializzati in ricerche sottomarine, sembra poggiare sia su un rinnovato impulso politico, favorito anche dal mutato contesto internazionale sotto la presidenza di Trump, sia sui progressi tecnologici compiuti nella mappatura dei fondali abissali e nel sonar a scansione laterale, strumenti oggi più precisi di un decennio fa. L'approccio, si presume, non potrà che essere meticoloso, ripartendo forse dalla riesamina dei dati satellitari e oceanografici che, in questi anni, altri specialisti hanno continuato a studiare, nella speranza di scorgere un indizio precedentemente trascurato. La sfida, tuttavia, rimane immensa, paragonabile alla ricerca di un ago in un pagliaio sottomarino, in una zona dove le profondità raggiungono diverse migliaia di metri e le correnti possono aver disperso i rottami su un'area di centinaia di chilometri quadrati.




