Ricerca del volo MH370, domani la ripresa delle operazioni in un'area mai esplorata

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Sono trascorsi oltre un decennio da quella notte di marzo, l’8 per l’esattezza del 2014, quando il volo MH370 della Malaysia Airlines, partito da Kuala Lumpur con destinazione Pechino, perse ogni contatto dopo essere transitato sullo spazio aereo del Mar Cinese Meridionale. L’aereo, che trasportava 239 persone tra passeggeri e membri dell’equipaggio, svanì dai radar inghiottendo con sé, in un colpo solo, esistenze di varie nazionalità – prevalentemente cinesi e malesi, ma anche di altri paesi asiatici, europei e nordamericani – e generando un enigma aeronautico che da allora resiste a ogni tentativo di soluzione.

Un mistero irrisolto dopo anni di indagini infruttuose

Le indagini, che si sono succedute in questi anni, non hanno condotto a una verità giudiziaria definitiva, mentre le ricerche del relitto, condotte in diverse fasi e in vaste porzioni dell’Oceano Indiano meridionale, hanno prodotto solo pochi e frammentari rinvenimenti, dei quali alcuni – come certi detriti spiaggiati – sono stati confermati come appartenenti al Boeing 777. La complessità delle operazioni, che hanno dovuto considerare analisi dei dati satellitari e modelli di deriva oceanica, non ha mai permesso di localizzare il sito principale dell’impatto, lasciando peraltro aperte numerose questioni tecniche e operative sulla dinamica dell’evento.

Il nuovo mandato alla Ocean Infinity e i termini dell'accordo

A riaccendere una flebile speranza è ora la decisione di riavviare, a partire dal 30 dicembre, una campagna di ricerca batimetrica affidata alla società di robotica marina Ocean Infinity, la quale aveva già avviato – e poi sospeso ad aprile a causa delle avverse condizioni meteorologiche – una prima fase esplorativa all’inizio di quest’anno. L’azienda, che dispone di flotte di droni sottomarini autonomi, esplorerà una nuova area di circa quindicimila chilometri quadrati, mai scandagliata in precedenza con tale livello di dettaglio. Il contratto, di natura “no-cure, no-pay”, prevede che alla società venga corrisposto un compenso, stimato intorno ai settanta milioni di dollari, esclusivamente in caso di ritrovamento di rottami riconducibili al velivolo scomparso.

La sfida tecnologica e il peso di un decennio di attesa

L’impresa si configura dunque come una delle più ambiziose e tecnologicamente avanzate nella storia delle ricerche in acque profonde, un settore nel quale i progressi della sensoristica e dell’intelligenza artificiale applicata alla mappatura dei fondali potrebbero fare la differenza. Si tratta, per molti versi, di un’ultima, costosa scommessa per tentare di scrivere una pagina conclusiva in una vicenda che ha lasciato un segno profondo, non solo nell’ambito della sicurezza del trasporto aereo ma anche nell’immaginario collettivo, per la sua natura sfuggente e per l’assenza di risposte che ha caratterizzato tutti questi anni. La ripresa delle operazioni rappresenta un punto di svolta, sebbene carico di incognite, in un percorso costellato di false piste e vicoli ciechi.

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