San Paolo Belsito, il topo morto nella pentola della mensa e il silenzio che cala sui controlli

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’addetta, intorno alle tredici di giovedì 12 febbraio, stava forse completando le operazioni preliminari alla distribuzione del pasto quando il suo sguardo — quello sguardo che in questi frangenti separa la routine da un potenziale disastro — è caduto sul fondo della pentola. Lì, all’interno del contenitore destinato alla refezione degli alunni della scuola primaria dell’Istituto comprensivo “G. Costantini” di San Paolo Belsito, giaceva un topo. Era già morto, ci hanno riferito poi i verbali, e nessuno dei bambini avrebbe consumato alcuna preparazione proveniente da quella somministrazione; ma il punto, per chi indaga, non è tanto la prontezza con cui l’operatrice della società appaltatrice ha fermato la catena di distribuzione, quanto piuttosto capire come un Corpo estraneo di quelle dimensioni abbia potuto superare, e anzi aggirare del tutto, ogni filtro previsto prima di arrivare lì.

La preside, ricevuta la segnalazione, non ha esitato. Ha composto il numero dei carabinieri della stazione locale e li ha messi al corrente di quanto era appena emerso dagli arretrati della cucina, e loro — come pure i militari del Nucleo Antisofisticazioni e Sanità di Napoli e i tecnici dell’Asl Napoli 3 Sud, distaccamento di Marigliano — sono arrivati nell’area nolana nel giro di poco tempo, avviando quel protocollo che trasforma una mensa scolastica in un potenziale repertorio di prove. L’animale, infatti, è stato immediatamente sequestrato. Lo hanno posto sotto custodia per gli esami tossicologici e necroscopici, quelli che potranno dire se il decesso sia antecedente all’introduzione nella pentola o se invece — ipotesi ancora tutta da verificare — sia avvenuto proprio all’interno del recipiente, circostanza che sposterebbe l’asse delle indagini su scenari differenti e forse più complessi.

L’incidente probatorio e i due crinali dell’inchiesta

L’intervento congiunto dei Nas e del servizio igiene della Asl non ha riguardato, com’è ovvio, la sola rimozione del roditore. Gli ispettori hanno avviato una ricognizione capillare sui locali, sui registri Haccp che certificano le sanificazioni, sulla tracciabilità delle derrate e — particolare non secondario — sulla effettiva applicazione delle procedure di copertura e custodia delle pentole nelle fasi di stallo tra la preparazione e il consumo. Perché è qui, in queste pieghe minute della gestione quotidiana, che l’inchiesta cerca la sua prima risposta. Da un lato, infatti, si profilerebbe l’ipotesi di una grave carenza igienico-organizzativa imputabile alla ditta di refezione, o forse una falla nei controlli che la stessa scuola è tenuta a esercitare sull’esecutore del servizio; dall’altro lato, e qui la riflessione degli investigatori si fa inevitabilmente più cauta, non si può escludere a priori l’ipotesi del gesto intenzionale.

È la stessa presenza del intero, del resto, a sollevare interrogativi che nessuno, al momento, si sente di liquidare con superficialità. Chiunque abbia familiarità con gli ambienti della ristorazione collettiva sa che un’infestazione, per quanto grave, produce di solito tracce diffuse, deiezioni, segni di rosicchiatura, o al limite esemplari intrappolati nei battiscopa o dietro i macchinari; molto più raro, invece, che un roditore finisca integro e verticalmente dentro un recipiente di cottura. La magistratura, pur senza formalizzare al momento alcuna ipotesi di reato contro ignoti, ha evidentemente chiesto agli inquirenti di non trascurare questa pista. Significherebbe, nel caso, spostare il fuoco dall’infestazione alla condotta umana, dalla casualità alla volontà; ma si tratta, è bene ribadirlo, di uno scenario che solo gli accertamenti in corso potranno confermare o archiviare.

Il perimetro ristretto delle verifiche e il silenzio dell’appalto

Mentre i carabinieri scandagliano i tabulati di accesso e le eventuali immagini dei sistemi di videosorveglianza, l’Asl sta procedendo a un’ispezione approfondita dell’intera filiera. Verranno passati al setaccio i magazzini, le celle frigorifere, i piani di lavoro; e sarà scrutinata, con particolare attenzione, la posizione della pentola incriminata rispetto ai flussi di personale e alle possibili aree cieche, quelle non coperte da alcuna supervisione diretta. Non è secondario, in questa ricostruzione, il ruolo del dirigente scolastico, che ha fornito piena collaborazione, consegnando agli inquirenti la documentazione relativa al capitolato d’appalto e alle verifiche periodiche effettuate sull’operato della società. Una società della quale, per il momento, non viene reso noto il nome, protetto da quel riserbo che precede sempre l’eventuale iscrizione nel registro degli indagati.

E intanto l’istituto comprensivo “G. Costantini”, una realtà scolastica che serve anche i comuni limitrofi di Casamarciano e Liveri, resta avvolto in un’atmosfera di comprensibile tensione. I genitori degli alunni — quelli che giovedì avrebbero dovuto sedersi a quei tavoli — si sono visti recapitare comunicazioni scarne, essenziali, prive di dettagli sulla dinamica. Il servizio mensa, com’è ovvio, è stato sospeso in via cautelare in attesa che le verifiche igienico-sanitarie diano esito e che, soprattutto, venga rimosso il sigillo apposto dai carabinieri sulle attrezzature sequestrate. Nessuno, al momento, sa dire quando il campanello della ricreazione tornerà a scandire anche l’ora del pranzo.

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