L’Iran avverte Washington: basi Usa nel mirino in caso di attacco. Nuove proteste studentesche a Teheran
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Redazione Esteri
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Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha ribadito con fermezza, nel corso di un’intervista rilasciata alla CBS, il diritto del suo paese a rispondere militarmente a un’eventuale aggressione statunitense, un concetto, questo, che Teheran sta rilanciando su più fronti nelle ultime ore attraverso una precisa strategia comunicativa volta a dissuadere Donald Trump da un intervento. Le parole del capo della diplomazia, che ha definito “giustificata e legittima” qualsiasi replica a quello che verrebbe considerato un “atto di aggressione”, giungono in un contesto di tensione crescente, alimentato dalle ripetute minacce del presidente americano e dal conseguente rafforzamento della presenza militare degli Stati Uniti nella regione. Araghchi, in dichiarazioni riportate anche dall’agenzia TASS, è stato peraltro piuttosto esplicito nell’indicare quali sarebbero gli obiettivi di una controffensiva iraniana, menzionando senza ambiguità le basi militari statunitensi disseminate nell’area mediorientale.
A complicare ulteriormente il quadro, già di per sé incandescente, si aggiunge la dimensione degli equilibri interni alla Repubblica islamica, scossa da nuove manifestazioni di piazza che assumono i contorni di una sfida diretta alla leadership. Secondo quanto riferito da Iran International, emittente con sede a Londra che cena canali studenteschi come United Students, nell’ateneo di Teheran si sarebbero registrati raduni di protesta durante i quali alcuni partecipanti avrebbero intonato slogan inequivocabilmente ostili al regime, come “Morte al dittatore”, in un crescendo di tensione che segue le precedenti ondate di contestazione. Queste manifestazioni, organizzate per ricordare quanti hanno perso la vita nei recenti disordini, si svolgono mentre il paese sembra prepararsi su più piani a uno scenario di confronto diretto con l’amministrazione Trump.
Il rafforzamento militare nello Stretto di Hormuz e il nodo nucleare
Parallelamente alla dialettica politica e alle pressioni diplomatiche che si giocano sui tavoli negoziali, dove pure Araghchi ha mostrato un cauto ottimismo sulla possibilità di raggiungere intese riguardo al programma nucleare, l’apparato militare iraniano procede spedito con dimostrazioni di forza dal significato inequivocabile. I Guardiani della Rivoluzione, attraverso l’agenzia Mehr, hanno reso noto il successo del test del nuovo missile navale a lungo raggio Sayyad-3, un’esercitazione condotta su larga scala nelle acque strategiche dello Stretto di Hormuz, che rappresenta un crocevia vitale per i flussi energetici globali. L’arma è stata lanciata dalla nave da guerra Shahid Sayyad Shirazi nel quadro di manovre denominate “Controllo intelligente dello Stretto di Hormuz”, un’operazione che mira evidentemente a dimostrare la capacità di Teheran di interdire quella via d’acqua in caso di conflitto.
L’iniziativa militare, che introduce un sistema d’arma in grado di colpire bersagli a lunga distanza, si inserisce in una settimana particolarmente calda dal punto di vista delle comunicazioni ufficiali e delle contromosse legali. Non più tardi di giovedì, la missione iraniana presso le Nazioni Unite aveva infatti diramato una lettera, indirizzata al segretario generale Antonio Guterres e al Consiglio di Sicurezza, in cui si avvertiva che tutte le basi, le strutture e i beni delle forze ostili nella regione sarebbero divenuti “bersagli legittimi” qualora Washington avesse dato il via a operazioni belliche. Quella nota diplomatica, che citava esplicitamente i post sui social media di Trump come prova di una “minaccia esplicita di uso della forza”, riflette la volontà di Teheran di portare la propria protesta anche in sedi internazionali, pur preparandosi militarmente sul terreno.
Lo scenario che si delinea è dunque quello di un confronto a tutto tondo: da un lato, la diplomazia pubblica e le iniziative formali all’Onu; dall’altro, la mobilitazione sul campo con esercitazioni mirate e la minaccia concreta di coinvolgere le installazioni americane nella regione. Mentre l’amministrazione Trump continua a insistere pubblicamente sulla necessità di siglare un nuovo accordo che ponga limiti verificabili al programma atomico iraniano, pena il ricorso a opzioni militari, Teheran risponde con una strategia duale che combina aperture negoziali, certamente strumentali a guadagnare tempo e a mostrare un volto costruttivo, e un chiaro messaggio di deterrenza: qualsiasi attacco, anche circoscritto, innescherebbe una risposta capace di colpire gli interessi americani nell’area, con tutte le conseguenze del caso su un equilibrio regionale già estremamente precario.




