Stop ai “finti artigiani”, dal 7 aprile stretta sull’uso delle denominazioni

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La legge, quella vera, non ama gli imbrogli di vocabolario. E dal prossimo 7 aprile, chi si fregia del titolo di “artigiano” senza esserlo realmente – magari per vendere prodotti industriali spacciandoli per unici e fatti a mano – dovrà fare i conti con una sosta brusca e salata. La nuova norma, che modifica l’articolo 5 della Legge-quadro per l’artigianato (la numero 433 del 1985), riserva le denominazioni “artigianato” e “artigianale” esclusivamente alle imprese regolarmente iscritte all’Albo. Un intervento voluto e sostenuto da Confartigianato, che chiude di fatto l’era dei cosiddetti “furbetti” del mestiere, quelli che utilizzavano quelle parole come un semplice specchietto per le allodole.

Multe fino all’1% del fatturato, la svolta punitiva

L’aspetto più tangibile della stretta, per chi cerca di aggirarla, è il portafoglio. Perché la nuova disciplina non si limita a un richiamo verbale, ma introduce sanzioni pesantissime: chi utilizzerà impropriamente quelle definizioni rischia una multa minima di 25mila euro, una cifra che può persino arrivare all’1% del fatturato complessivo. Una mossa, questa, che mira a dissuadere sul serio chi aveva fatto dell’approssimazione un modello di business. I nuovi commi, l’ottavo e il nono, sono chiari nel ribadirlo: il riferimento all’artigianato è riservato solo alle attività iscritte all’albo. Nessuna zona grigia, nessuna interpretazione creativa.

Il caso Roma: gelati e pizza, la metà sono irregolari

Il problema, va detto, non è affatto teorico. Basta guardare ai numeri emersi nella Capitale per capire l’ampiezza del fenomeno. In vetrina, molti esercizi garantiscono prodotti di prima qualità lavorati direttamente dal professionista con il suo ingegno – un marchio di perizia e genuinità che ammalia l’avventore di turno, turista e non – ma nel retrobottega la realtà è diversa: lì è accatastata la merce già pronta per la vendita, comprata fatta e incellophanata, non certo confezionata in negozio. A Roma, su 6.500 imprese del settore alimentare (tra panifici, pizzerie, pasticcerie e gelaterie), quelle che si definiscono artigiane pur non avendone i requisiti di legge sono 3.300: oltre il 50 per cento. Un esercito di “finti artigiani” che, da aprile, dovrà trovare un’altra parola per descriversi.

Treviso e il peso dei numeri, la pasticceria regge l’urto

Non c’è solo Roma, ovviamente. Il provvedimento arriva in un contesto dove il settore dolciario, specialmente in alcune regioni, rappresenta un’eccellenza. La marca trevigiana, per esempio, è prima in Veneto per pasticcerie e imprese del settore dolciario, con 534 aziende artigianali – il 19% delle quasi tremila presenti in tutta la regione. Una tradizione che non teme la nuova legge, semmai la accoglie come un argine contro la concorrenza sleale di chi, senza averne i titoli, ne sfruttava il richiamo. A Pasqua, quindi, la pasticceria e i dolci parlano ancora trevigiano, ma lo fanno con un’arma in più: la certezza che dietro a quella definizione ci sia una reale iscrizione all’Albo. Niente più scuse, niente più abbagli.

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