«Iddu - L'ultimo padrino», il boss e il politico tradito: stasera su Rai 3 il film di Grassadonia e Piazza
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Redazione Cultura e Spettacolo
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C’è un modo, nel cinema italiano più coraggioso, per raccontare la mafia senza celebrare il potere e senza cadere nella trappola del déjà-vu. Ed è quello scelto da Fabio Grassadonia e Antonio Piazza, il duo siciliano che questa sera, venerdì 22 maggio 2026, porta in prima serata e in prima visione su Rai 3 (alle 21.20, per il ciclo “Il grande cinema d’autore”) il loro terzo lungometraggio, «Iddu - L’ultimo padrino». Il film, presentato in concorso alla 81ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia nel 2024 – dove si è giocato il Leone d’oro aggiudicandosi comunque il Premio Pasinetti – si muove con agilità tra la cronaca nera e la reinvenzione drammaturgica, prendendo le mosse da un materiale scabro e inquietante: i pizzini del boss Matteo Messina Denaro.
Un’ispirazione reale e un ritratto grottesco senza eroi
La pellicola, co-prodotta da Indigo Film con Rai Cinema e arricchita dalle musiche originali di Colapesce, sceglie una strada obliqua per parlare della latitanza più lunga e sfuggente della storia criminale italiana. Quella di Messina Denaro – arrestato solo nel 2023, pochi mesi prima della sua scomparsa – diventa qui lo scheletro narrativo su cui innestare una vicenda di potere, tradimento e doppio gioco. Non si tratta di un biopic scontato, tantomeno di un’agiografia malavitosa; piuttosto, i registi confezionano un “ritratto grottesco” (come è stato definito dalla critica) che spiazza lo spettatore, mescolando i codici del poliziesco con quelli della tragedia civile. L’operazione riesce perché non cerca mai la facile spettacolarizzazione del sangue, ma si concentra sul meccanismo perverso che lega istituzioni e criminalità.
Toni Servillo e Elio Germano: il politico caduto e il padrino latitante
Al centro della scena troviamo due giganti del nostro teatro e del nostro cinema. Toni Servillo veste i panni di Catello Palumbo, un ex politico la cui carriera è stata letteralmente sbriciolata da una condanna per concorso in associazione mafiosa. È un uomo finito, ed è proprio dal fondo del suo disonore che riceve una proposta inaspettata dai servizi segreti: collaborare per catturare Matteo, il suo figlioccio d’infanzia diventato nel frattempo il boss più temuto d’Italia. Elio Germano, dal canto suo, interpreta questo Matteo – una versione romanzata di Messina Denaro – restituendone la fisicità evanescente e al tempo stesso minacciosa. Il gioco di sguardi, silenzi e rimandi tra i due attori costruisce una tensione che non ha bisogno di esplosioni o inseguimenti; si consuma, piuttosto, nella claustrofobia dei dialoghi e nella geografia asfissiante della latitanza.
Tra pizzini, processi interiori e la prima tv su Rai 3
Girato tra luoghi che non vengono mai dichiarati apertamente per evitare la spettacolarizzazione dei territori colpiti dalla mafia, il film restituisce l’idea di un potere invisibile che si esercita attraverso foglietti di carta – quei celebri pizzini – e attraverso la lealtà criminale trasformata in ricatto. L’ex politico Palumbo, detenuto nei primi anni Duemila, si trova così a dover scegliere tra la redenzione giudiziaria e l’omertà di una vita. La regia di Grassadonia e Piazza non concede facili moralismi, né tantomeno costruisce un eroe positivo: ogni personaggio si muove in una zona grigia, e questo è il suo maggior pregio. A ricevere le critiche più feroci, alla presentazione veneziana, è stato proprio il tono volutamente ambiguo, che alcuni hanno letto come una “grottesca complicità” con il mondo criminale. Altri, invece, hanno sottolineato la capacità del film di restituire la solitudine del potere mafioso, privo di qualsiasi epica.
Stasera, venerdì 22 maggio, il pubblico televisivo potrà infine giudicare da sé. Perché «Iddu – che in dialetto siciliano significa “lui”, quel “lui” che non si può nemmeno nominare – arriva in prima visione senza la mediazione della sala cinematografica, ma con tutto il peso di un’inchiesta visiva che non prova a ricostruire i fatti, ma a interrogarne le crepe morali.




