La sindrome di Peter Pan del calcio italiano, tra le macerie di una settimana europea da dimenticare

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Redazione Sport Redazione Sport   -   C’è un’Italia che vince, talvolta, e un’altra Italia che più semplicemente si illude, convinta di poter competere a certi livelli solo perché il campionato nazionale, con i suoi ritmi compassati e le sue tattiche attendiste, le restituisce un’immagine alterata di sé. La settimana che ha appena voltato pagina consegna agli archivi l’ennesima, dolorosa, fotografia di un movimento che in Europa, e nella Champions League in particolare, sembra soffrire di una sindrome di Peter Pan: quella di una gioventù che rifiuta di crescere, di squadre che affrontano gli impegni continentali con una superficialità a tratti ingenua, quasi fossero gite fuori porta e non battaglie da dentro o fuori. Il conto, puntualmente, arriva salato. E in questa due giorni di metà febbraio, il salasso è stato pesantissimo per le tre italiane rimaste in corsa, tutte e tre sonoramente battute nelle gare d’andata dei playoff, tutte e tre ora con un piede e mezzo fuori dalla competizione -4.

L’Inter e la serata di ghiaccio in Norvegia: l’illusione di una corazzata

Si pensava, forse, che l’Inter, forte della finale raggiunta due anni fa e di una solidità che in Italia fa la differenza, potesse rappresentare l’eccezione. E invece no, perché anche i nerazzurri, scesi sul sintetico del nord Europa, hanno scoperto che il copione si ripete. Contro il Bodo/Glimt, squadra che vive di vento gelido e di un calcio totale, l’approccio è stato quello di chi sottovaluta l’avversario, di chi pensa che la qualità dei singoli possa bastare a colmare i divari di intensità e di corsa. Il risultato è una sconfitta per 3-1 che non è soltanto un passivo pesante, ma la dimostrazione plastica di un divario mentale prima ancora che tecnico: gli uomini di Inzaghi, quando Pio Esposito aveva illuso con il momentaneo pareggio, hanno smesso di giocare, subendo la furia norvegese e andando completamente in bambola -4.

La debacle di Galatasaray e Dortmund: Juve e Atalanta a pezzi

Se la sconfitta dell’Inter può trovare una parziale attenuante nelle insidie del campo in sintetico, lo stesso non può dirsi per quelle della Juventus e dell’Atalanta, le cui prestazioni hanno rasentato l’implosione totale. La squadra di Thiago Motta, a Istanbul contro il Galatasaray, ha offerto una prova di inquietante fragilità, incassando cinque reti e uscendo dal campo con le ossa rotte e la consapevolezza di aver toccato forse il punto più basso di un’annata già complicata -4. Un 5-2 che grida vendetta, che parla di una difesa bucata, di una tenuta mentale inesistente e di una squadra che, nei momenti cruciali della stagione, sembra smarrire ogni principio di gioco. Dall’altra parte, anche l’Atalanta è caduta con onore? Neanche per idea. A Dortmund i nerazzurri di Gasperini hanno semplicemente sbattuto contro un muro giallo, subendo due reti e non riuscendo mai a impensierire i tedeschi, che hanno gestito il match con una maturità e una potenza fisica che hanno messo in luce tutti i limiti di una Dea che in Europa, al di là dei proclami, fatica a esprimere la stessa verve del campionato.

Una debacle annunciata o solo la solita incapacità di leggere le partite?

La domanda, a questo punto, sorge spontanea: ci si deve stupire? L’impressione è che, al netto delle qualità tecniche, sia l’approccio mentale a fare la differenza. Le italiane, con poche eccezioni storiche, faticano a interpretare le partite secche con la cattiveria necessaria. Si affidano troppo spesso alla gestione, al cosiddetto “saper soffrire”, dimenticando che in Europa il ritmo è un’altra cosa, che l’intensità non si contratta e che gli avversari, anche quelli dal nome meno altisonante, non aspettano altro che vederti titubante per colpirti. La scia di tre sconfitte, dieci gol subiti e appena tre reti segnate fotografa un’impotenza preoccupante, un gap che sembra allargarsi proprio quando si entra nel vivo della stagione -4. Il prossimo turno, con i ritorni in casa, dirà se qualcuna riuscirà a compiere l’impresa di ribaltare il risultato. Ma la sensazione, dopo quanto visto, è che per il calcio italiano si prepari un febbraio di lacrime e di ennesime, premature eliminazioni.

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