Gaza, ottantesimo giorno dopo la fine del cessate il fuoco: bombe e veto Onu

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Mentre il conflitto nella Striscia di Gaza entra nel suo 608° giorno, l’ottantesimo dalla fine unilaterale della tregua, le forze israeliane continuano a colpire senza sosta, sostenute dagli Stati Uniti, che hanno posto il veto a una risoluzione dell’Onu per fermare le ostilità. Le operazioni militari, definite da più parti come «genocidio», si concentrano su aree densamente popolate, compresi i rifugi temporanei dove migliaia di sfollati cercano riparo. Le bombe, che non risparmiano né case né tende, hanno provocato nell’ultima notte almeno 95 vittime, aggiungendosi a un bilancio già insostenibile.

Benjamin Netanyahu, sotto pressione sia internamente che da parte di alleati storici, non accenna a fermare l’offensiva, nonostante le crescenti critiche. La guerra, oltre che sul campo, si combatte nelle cancellerie e nell’opinione pubblica globale, sempre più divisa di fronte a quello che la Croce Rossa descrive come «un inferno su terra». Due milioni di civili palestinesi, privati di acqua, cibo e medicine, vivono in condizioni disumane, mentre gli aiuti rimangono bloccati ai valichi.

Tra le storie che emergono dal caos, quella di Mohammed al-Heila, ucciso all’alba del 23 marzo a Tal el-Sultan, nel sud di Gaza, riporta alla luce un episodio emblematico della brutalità del conflitto: l’esecuzione di 15 paramedici palestinesi da parte dell’esercito israeliano. Asaad al-Nasasra, uno dei due sopravvissuti, ha raccontato al Guardian i 37 giorni di detenzione, tra torture e privazioni, dopo essere scampato al massacro. I corpi delle vittime, così come le ambulanze, sarebbero stati sepolti frettolosamente nel tentativo di cancellare le prove.

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