Il silenzio della Pnas: ritirato lo studio “rivoluzionario” di Barbacid sul tumore al pancreas, la scoperta dei legami con la sua azienda

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Redazione Salute Redazione Salute   -   La rivista “Proceedings of the National Academy of Sciences” (Pnas) ha ritirato formalmente, come si legge nella nota ufficiale del 27 aprile scorso -10, l’articolo che solo pochi mesi fa aveva acceso riflettori internazionali sulla lotta al tumore al pancreas; quel lavoro, coordinato dal celebre biochimico spagnolo Mariano Barbacid e pubblicato ai primi di dicembre del 2025, aveva dimostrato – almeno sui modelli animali – la possibilità di far regredire completamente l’adenocarcinoma duttale pancreatico attraverso una combinazione di tre farmaci, un risultato che aveva suscitato speranze enormi data l’aggressività di questa neoplasia, tra le più difficili da trattare con un tasso di sopravvivenza a cinque anni che sfonda di rado il muro del 10%.

Il conflitto di interessi nascosto e la mancata dichiarazione alla base del ritiro

Secondo la rettifica pubblicata dalla stessa casa editrice, la decisione drastica di cancellare lo studio non è dipesa dalla qualità o dalla veridicità dei dati scientifici in sé, né dai risultati ottenuti sui 45 topi di laboratorio, ma da una grave omissione formale commessa dagli autori. Barbacid, insieme alle coautrici Vasiliki Liaki e Carmen Guerra, non avrebbe infatti dichiarato – come invece imporrebbero le rigide linee guida della Pnas – un rilevante conflitto di interessi di natura finanziaria: tutti e tre possiedono quote societarie in Vega Oncotargets, un’azienda privata fondata proprio dagli stessi ricercatori nel 2024 per sviluppare e, in prospettiva, commercializzare terapie innovative contro il cancro al pancreas. Questa omissione ha inficiato il processo di revisione, poiché il regolamento prevede che i membri dell’Accademia (Barbacid lo è dal 2012) in chiara situazione di conflitto debbano presentare i manoscritti attraverso una procedura chiamata “Direct Submission” (anche questa soggetta a revisione paritaria), invece della procedura “Contributed” (più rapida e meno restrittiva) che era stata utilizzata in questa occasione; un dettaglio burocratico, quest’ultimo, che tuttavia ha conseguenze devastanti sulla credibilità dell’intera operazione.

La scoperta sui topi e l’illusione mediatica della “cura totale”

La ricerca in questione, che aveva richiesto ingenti finanziamenti anche da parte di fondazioni private come la Fundación Cris contra el Cáncer, puntava a colpire in maniera sincrona tre bersagli molecolari fondamentali per la sopravvivenza della cellula tumorale; nello specifico, la combinazione dei tre farmaci (daraxonrasib, afatinib e SD36) agiva sulla proteina KRAS – il principale “motore” della mutazione nell’adenocarcinoma duttale – e sulle vie di segnalazione parallele EGFR e STAT3, riuscendo a evitare quei meccanismi di resistenza che solitamente rendono vana la monoterapia. La notizia, circolata inizialmente in ambito prettamente specialistico, esplose a livello globale dopo una conferenza stampa organizzata a fine gennaio; da quel momento, come riportano diverse fonti, i media generalisti – e talvolta la stessa divulgazione televisiva – contribuirono a distorcere la portata del risultato, presentandolo al pubblico come una vera e propria “cura” contro un cancro tanto letale, quando in realtà si trattava ancora di esperimenti preclinici su cavie, sebbene fossero stati particolarmente efficaci e duraturi nel tempo (oltre duecento giorni senza recidive).

La difesa dei ricercatori e la re-invio del manoscritto

Nonostante la misura estrema adottata dalla rivista statunitense (che poteva limitarsi a una correzione o a una nota esplicativa, ma ha scelto la rettifica integrale), il gruppo di lavoro guidato da Barbacid non ha messo in dubbio la solidità dei risultati sperimentali. Secondo quanto dichiarato dalla stessa Carmen Guerra, si tratterebbe di un “mero problema amministrativo” legato alla modulistica di sottomissione: un errore formale che sarebbe già stato corretto, tanto che il manoscritto è stato re-inviato alla Pnas seguendo il percorso burocratico corretto, con la piena dichiarazione degli interessi economici nella società Vega Oncotargets. La società biotech, va detto, non produce di per sé i farmaci utilizzati nello studio originale (che appartengono ad altri laboratori), ma è comunque finalizzata allo sviluppo di terapie contro il carcinoma pancreatico, rendendo così evidente, agli occhi dei vertici dell’Accademia, un tentativo – magari implicito – di trarre vantaggio competitivo dalla pubblicazione.

Sviluppi giudiziari? Un caso di etica scientifica prima che di cronaca

Allo stato attuale delle informazioni, non risultano aperture di inchieste giudiziarie né procedimenti penali a carico dei ricercatori spagnoli; la vicenda si consuma infatti interamente nell’alveo dell’etica della pubblicazione scientifica e della violazione delle policy editoriali della Pnas. È chiaro, tuttavia, che il caso – data la visibilità planetaria che aveva raggiunto – rischia di lasciare strascichi sulla reputazione del Cnio (Centro Nacional de Investigaciones Oncológicas) e della stessa Fondazione Cris, che aveva supportato economicamente l’opera. La vicenda rappresenta un pesante campanello d’allarme su un tema sempre più attuale: il confine labile tra ricerca pubblica e interessi privati, soprattutto in settori – come quello dell’oncologia – dove la pressione per arrivare per primi a una svolta terapeutica è altissima e le ricadute economiche potenzialmente immense.

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