Deserto commerciale, serrande abbassate: la vita nei paesi senza più negozi

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Redazione Economia Redazione Economia   -   C'è un'Italia, fatta non solo di borghi ma di intere porzioni di territorio, dove fare la spesa quotidiana smette di essere un gesto scontato e si trasforma in una questione di organizzazione, spesso legata alla disponibilità di un'auto. È l'Italia dei paesi senza botteghe, dove le insegne sono spente da tempo e l'unico commercio possibile è quello che passa attraverso i furgoni dei venditori ambulanti o, in alternativa, attraverso viaggi più o meno lunghi verso centri più grandi. Un fenomeno, quello della desertificazione commerciale, che non risparmia neppure province come quella di Alessandria, dove comuni come Castelletto Molina, Capriglio, Cossombrato e Quaranti vedono l'assenza totale di attività commerciali, mentre in altri otto centri ne sopravvive ormai una soltanto, ultimo avamposto di una normalità che va scomparendo.

I numeri di un vuoto che si allarga

La dimensione del fenomeno, del resto, è nazionale e ben fotografata dai dati. L'Osservatorio reciprocità e commercio locale di Nomisma conta, in tutto il paese, 206 comuni completamente privi di negozi, luoghi in cui il dettaglio tradizionale ha cessato di esistere. Una tendenza che, se da un lato vede la scomparsa dei piccoli esercizi, dall'altro registra una trasformazione profonda del retail: tra il 2011 e il 2025 sono infatti scomparsi oltre 103mila punti vendita, ma la superficie commerciale complessiva è aumentata del 7,4%. Il merito, o la causa, è nell'allargamento della dimensione media dei negozi rimasti, cresciuta del 23,8%, a conferma di un modello che punta sulla grandezza e sulla concentrazione, lasciando ai margini le micro-realtà di prossimità.

La Liguria e il crollo del vicinato

Un destino, quello dei negozi di vicinato, particolarmente evidente in regioni come la Liguria, dove l'analisi di Confesercenti stima la chiusura di 4.179 piccole attività negli ultimi quindici anni. Di questi, quasi tremila erano esercizi di dimensioni inferiori ai cinquanta metri quadrati, mentre oltre milleduecento si collocavano nella fascia tra i cinquanta e i centocinquanta metri. A fronte di questo crollo, che il direttore di Confesercenti Ravenna Cesena Graziano Gozi paragona alla scomparsa di un intero quartiere, si registrano solo una quarantina di aperture, concentrate però in grandi strutture che vanno dai millenovecento ai cinquantamila metri quadri. Una redistribuzione radicale che modifica non solo le abitudini di acquisto, ma l'intero tessuto sociale di strade e paesi.

Oltre l'economia: la funzione sociale perduta

Proprio sul valore sociale della bottega sotto casa insiste il sociologo Enrico Ercole, secondo il quale questi esercizi, ormai ridotti a presidio in via d'estinzione, assolvono a un compito che supera la mera compravendita. Diventano punti di ritrovo informale, presidi di sicurezza passiva, antenne per percepire lo stato di salute, soprattutto degli anziani, e garanti di una leggera frenata allo spopolamento. La loro chiusura, quindi, non si misura solo in metri quadri persi, ma in relazioni interrotte e in servizi essenziali che scompaiono. Per questo, l'idea avanzata da alcuni osservatori è quella di considerare questi spazi non più come semplici attività private, ma come beni di pubblica utilità, da tutelare e magari da gestire con formule innovative che ne garantiscano la sopravvivenza, riconoscendone finalmente il ruolo di collante per le aree più fragili del paese.

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