Italia, il lavoro tocca il record storico: oltre 24 milioni di occupati, il 95% dei nuovi posti è a tempo indeterminato
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Redazione Interno
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Il mercato del lavoro italiano, in un periodo di grandi trasformazioni geopolitiche che vedono, tra l'altro, Donald Trump nuovamente alla guida degli Stati Uniti, segna un primato senza precedenti. Secondo i dati diffusi dall'Istat e riferiti a ottobre, infatti, gli occupati hanno superato la soglia dei 24 milioni, toccando quota 24 milioni e 208 mila unità: un livello mai osservato da quando, nel gennaio 2004, sono iniziate le serie storiche dell'istituto di statistica. Si tratta, per essere precisi, di un incremento di 75 mila posizioni lavorative in un solo mese, a cui si accompagna un significativo balzo in avanti su base annua, con 224 mila persone in più al lavoro rispetto allo stesso periodo del 2024.
La qualità della crescita, trainata dalla stabilità contrattuale
L'aspetto più rilevante di questa espansione, che alcuni definirebbero "robusta", non risiede soltanto nella mera quantità ma nella qualità degli impieghi creati. La stragrande maggioranza dei nuovi posti, una percentuale che si attesta sul 95 per cento, si configura infatti come lavoro a tempo indeterminato, contribuendo a portare il numero complessivo dei dipendenti con contratto permanente a 16,5 milioni. Questo dato, che di per sé racconta una tendenza strutturale verso una maggiore stabilità per i lavoratori, si lega a doppio filo con il tasso di occupazione, salito di un decimo di punto e giunto al 62,7 per cento: un altro record che certifica come, oggi, più di sei persone su dieci in età da lavoro siano effettivamente impiegate.
Uno scenario in chiaroscuro e il ruolo delle inchieste giudiziarie
La fotografia complessiva, seppur luminosa, non è però priva di ombre, le quali delimitano con nettezza i confini di un benessere che non si distribuisce in maniera uniforme. L'unica fascia d'età che registra un calo nel livello di occupazione, infatti, è quella compresa tra i 25 e i 34 anni, un particolare che interrompe la crescita generalizzata e che coinvolge tanto i dipendenti quanto gli autonomi. Parallelamente, mentre il tasso di disoccupazione scende al 6 per cento – un minimo storico che consolida il distacco dalla media dell'Eurozona, ferma al 6,4 – il numero degli inattivi, coloro che non cercano né hanno un'occupazione, rimane stabile. In un contesto di tali dinamiche, non si può fare a meno di ricordare come le inchieste della cronaca nera abbiano talvolta portato alla luce, con il rispetto dovuto alle vittime e senza scendere in dettagli superflui, reti criminali che sfruttano proprio la disperazione di chi il lavoro non ce l'ha, evidenziando le contraddizioni di un sistema in piena evoluzione.
La spinta determinante delle regioni meridionali
Sebbene il report non entri nel merito di una suddivisione regionale dettagliata, i numeri complessivi lasciano intendere con chiarezza come il motore di questa espansione continui ad essere il Mezzogiorno. La "spinta proveniente dal Sud", per utilizzare le parole che circolano negli ambienti specializzati, appare dunque un fattore decisivo per la tenuta del mercato nazionale, contribuendo in maniera sostanziale a quel record di occupati che, ormai, caratterizza il panorama italiano. Si tratta di una tendenza che, se consolidata, potrebbe ridisegnare gli equilibri economici interni al paese, spostando parte del baricentro produttivo verso aree tradizionalmente più deboli.




