Raid letali degli Stati Uniti su tre imbarcazioni nel Pacifico e nei Caraibi: uccisi undici presunti narcotrafficanti

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il Comando Sud degli Stati Uniti, il SOUTHCOM, ha reso noto nella giornata di martedì 17 febbraio di aver condotto un'operazione militare che ha portato all'uccisione di undici persone, avvenuta nel corso di tre distinti attacchi portati a termine contro altrettante imbarcazioni sospettate di essere coinvolte nel traffico di stupefacenti. Le azioni, definite con il termine tecnico di “lethal kinetic strikes” (colpi cinetici letali), si sono svolte nella tarda serata di lunedì 16 febbraio, in acque internazionali, e hanno interessato due diverse aree marittime: due dei natanti sono stati intercettati e colpiti nell'Oceano Pacifico orientale, mentre il terzo è stato attaccato nel Mar dei Caraibi.

Secondo il dettagliato rapporto fornito dagli stessi canali ufficiali del comando militare, che ha diffuso la notizia anche attraverso un video pubblicato sul proprio profilo social, il bilancio delle vittime è stato ripartito in modo preciso tra i diversi teatri dell'operazione. Sulle due imbarcazioni localizzate nel Pacifico orientale, si contano quattro decessi per ciascuna di esse, mentre la terza nave, quella colpita nei Caraibi, trasportava tre persone, tutte rimaste uccise nell'attacco. La terminologia impiegata dal Pentagono per descrivere i soggetti colpiti è quella di “narcoterroristi”, una definizione che, nell'attuale quadro della politica di sicurezza dell'amministrazione guidata da Donald Trump, rientra nella più ampia strategia di contrasto alle organizzazioni criminali transnazionali.

L'intelligence militare statunitense, come si legge nella nota ufficiale, avrebbe confermato che le imbarcazioni si trovavano in transito lungo rotte storicamente associate al narcotraffico e che erano attivamente impegnate in operazioni illecite di trasporto di droga. Le azioni sono state eseguite dalla Joint Task Force Southern Spear, la forza operativa congiunta istituita specificamente per questo genere di missioni, sotto la direzione del generale Francis L. Donovan, che è il comandante del SOUTHCOM. Nel comunicato si sottolinea, ed è un elemento ricorrente in questo tipo di dichiarazioni, che nessun militare statunitense è rimasto ferito o ha subito conseguenze nel corso delle operazioni.

Quest'ultimo intervento rappresenta uno dei giorni più letali dall'inizio della cosiddetta Operation Southern Spear, la campagna militare navale intensificata a partire dallo scorso settembre su impulso della Casa Bianca. Da allora, il cumulo delle operazioni ha superato abbondantemente la quarantina, portando il numero complessivo delle persone uccise a oltre 140, stando ai conteggi effettuati dalle stesse fonti militari e ripresi da diverse agenzie di stampa internazionali. L'operazione, che aveva conosciuto una flessione nel mese di gennaio in concomitanza con la cattura in Venezuela di Nicolás Maduro, sembra aver ripreso vigore proprio in questi giorni, con attacchi che si susseguono a ritmo serrato sia nel Pacifico che nei Caraibi.

Il quadro giuridico e le reazioni internazionali

La natura stessa di questi raid, che avvengono in acque internazionali e si concludono invariabilmente con la morte degli occupanti delle imbarcazioni senza che vi sia un tentativo di abbordaggio o di cattura, ha sollevato più di un interrogativo in sede internazionale e tra gli esperti di diritto bellico e marittimo. Le autorità statunitensi, dal canto loro, non forniscono mai prove immediate del carico di droga che sarebbe stato trasportato, limitandosi ad affermare che le evidenze raccolte dall'intelligence confermerebbero la natura illecita della missione delle navi. La giustificazione dell'amministrazione Trump, che ha formalmente dichiarato l'esistenza di un “conflitto armato” con i cartelli della droga latinoamericani, classificando queste organizzazioni come gruppi terroristici, si fonda sulla necessità di difendere il territorio nazionale dal flusso di sostanze stupefacenti.

Il dibattito, acceso, si concentra proprio sulla qualificazione giuridica di questi attacchi: per il Pentagono si tratta di legittime azioni belliche contro nemici combattenti in un conflitto asimmetrico, mentre per molti critici, inclusi organismi delle Nazioni Unite e organizzazioni per la difesa dei diritti umani, ci si troverebbe di fronte a vere e proprie esecuzioni extragiudiziali sommarie. La mancanza di un processo, la impossibilità di verificare l'effettiva minaccia rappresentata da quelle imbarcazioni e la scelta di non procedere mai con metodi di interdizione tradizionali – come il fermo e la perquisizione – alimentano le perplessità sulla legittimità di una strategia che di fatto trasforma i sospetti in obiettivi militari da neutralizzare senza possibilità di replica.

La campagna militare nei dettagli operativi

Dal punto di vista strettamente operativo, gli attacchi condotti lunedì sera rientrano in una prassi ormai consolidata per le forze armate statunitensi dispiegate nella regione. La zona del Pacifico orientale, al largo delle coste di Colombia, Ecuador e America Centrale, così come le rotte che attraversano il Mar dei Caraibi, sono da decenni le principali vie di transito della cocaina prodotta sulle Ande e diretta verso i mercati del Nord America e dell'Europa. Quello che è cambiato radicalmente con l'avvio della Operation Southern Spear è il modus operandi: si è passati da una logica di polizia internazionale, con il pattugliamento e l'eventuale abbordaggio, a una logica squisitamente militare di attacco preventivo e distruzione del mezzo, spesso con l'uso di missili e senza che venga data alcuna possibilità di resa agli equipaggi.

Il SOUTHCOM, nel dare notizia dell'operazione, ha pubblicato sui propri canali social anche dei filmati che mostrano le imbarcazioni nel momento in cui vengono centrate dai colpi, una scelta comunicativa che mira a mostrare l'efficacia della macchina bellica ma che, al contempo, aggiunge un ulteriore elemento di spettacolarizzazione a vicende che si portano dietro un carico di morte e di interrogativi irrisolti. La decisione di riprendere e diffondere queste immagini, d'altronde, rientra in una strategia di comunicazione volta a rassicurare l'opinione pubblica interna sulla determinazione dell'esecutivo nel combattere il narcotraffico, anche a costo di operare al limite – se non oltre – del diritto internazionale consolidato.

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