Usa sequestrano la petroliera Olina nei Caraibi, mentre Pechino critica l'azione su Maduro

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il Comando Sud degli Stati Uniti ha reso pubblico, attraverso un video diffuso sui propri canali, il sequestro della petroliera Olina avvenuto nel Mar dei Caraibi, un'operazione che si inserisce in una più ampia strategia di pressione economica e marittima. Le immagini, pubblicate venerdì 9 gennaio, mostrano le unità della Guardia Costiera statunitense all'azione, a conferma di quanto annunciato in un post sul social X in cui si sottolineava come l'azione delle "forze interagenzia congiunte" avesse inviato "un messaggio chiaro: non esiste un rifugio sicuro per i criminali". La nave, secondo quanto riportato da agenzie di stampa internazionali, aveva in precedenza solcato le rotte verso il Venezuela issando la bandiera di Timor Est, un dettaglio non marginale che ne evidenzia la natura elusiva rispetto ai regimi sanzionatori.

L'operazione "Southern Spear" e il doppio fronte atlantico

L'azione, condotta "prima dell'alba" da marines e marinai della Joint Task Force Southern Spear con il supporto del Dipartimento della Sicurezza Nazionale e partendo dalla portaerei USS Gerald R. Ford, non costituisce un episodio isolato. Poche ore prima, infatti, il Comando Europeo degli Stati Uniti aveva diramato un comunicato congiunto con i dipartimenti di Giustizia, Sicurezza interna e Difesa per annunciare la cattura di un'altra petroliera, la russa M/V Bella 1, rinominata Marinera, nelle acque dell'Atlantico del nord, tra la Scozia e l'Islanda. La nave, inseguita per oltre quindici giorni mentre era diretta in Venezuela per caricare greggio ma trovata senza carico, è stata sequestrata per "violazioni delle sanzioni statunitensi", in un'operazione che mostra il coordinamento su due teatri marittimi distinti.

Le reazioni internazionali e la posizione cinese

Questi blitz navali, che fanno seguito alla cattura del presidente venezuelano Nicolas Maduro da parte delle autorità statunitensi, hanno prodotto immediate reazioni sulla scena globale. Il ministro degli Esteri cinese Wang Yi, nel corso di un incontro a Pechino con il suo omologo pakistano, ha definito "inaccettabile" uno scenario in cui alcuni Paesi si ergono a "giudici del mondo", affermando con decisione che la sovranità di tutte le nazioni "deve essere protetta". Sebbene Wang Yi non abbia citato esplicitamente gli Stati Uniti, riferendosi genericamente agli "improvvisi sviluppi in Venezuela", la critica alla condotta americana è stata trasparente, segnalando una frizione diplomatica significativa in un momento di già alta tensione.

Il contesto strategico e le dichiarazioni della nuova amministrazione

Le operazioni militari e di polizia marittima trovano una cornice nelle dichiarazioni dell'amministrazione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, il quale ha recentemente ribadito l'interesse strategico per l'acquisizione della Groenlandia e ha rivolto minacce, seppur in forma generica, verso Paesi come Colombia, Cuba e Messico. Lo stesso Trump, riguardo alla cattura di Maduro, ha tenuto a precisare che l'azione non avrebbe compromesso i rapporti con la Cina, una dichiarazione che sembra voler delimitare il campo di una possibile escalation, sebbene le parole di Pechino indichino una percezione differente. L'insieme di questi elementi dipinge un quadro in cui l'iniziativa statunitense, procedendo su binari paralleli che vanno dalle operazioni navali alle dichiarazioni pubbliche, mira a consolidare una posizione di forza, mentre le controparti cercano di arginare quello che viene interpretato come un eccesso di unilateralismo.

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