Vertice Ue, Merz e Macron insieme davanti alla stampa: «d’accordo su diverse questioni, come quasi sempre». Ma lo spettro degli eurobond divide e l’asse con Meloni si rinsalda

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il castello di Alden Biesen, nel Limburgo belga, ha fatto da cornice a un’immagine che la diplomazia europea non vedeva da tempo: il cancelliere tedesco Friedrich Merz e il presidente francese Emmanuel Macron, fianco a fianco, quasi a voler ricucire una tela che negli ultimi mesi aveva mostrato più di uno strappo. «Siamo d’accordo su diverse questioni, come quasi sempre», ha dichiarato Merz alla stampa, e l’inciso, quasi sempre, è parso a molti osservatori una concessione lessicale più che una reale ammissione di sintonia. Perché al di là della messinscena cordiale, richiesta a forza dalla liturgia delle occasioni formali, il dissenso di fondo tra Parigi e Berlino su ciò che debba essere il futuro dell’architettura finanziaria europea rimane integro, anzi si è fatto più profondo. Il presidente francese, che pure aveva tentato di rilanciare con vigore la proposta di un nuovo strumento di debito comune sul modello degli eurobond – finalizzato a finanziare la difesa, l’intelligenza artificiale e la transizione verde – si è sentito rispondere, per bocca di un alto funzionario tedesco, che simili iniziative «distraggono dal problema della produttività». Una bocciatura netta, arrivata alla vigilia del vertice, e che ha ridimensionato la portata dell’appeasement mostrato davanti ai fotografi.

Eppure, a ben guardare, la distanza tra i due leader non è soltanto tecnica, legata cioè agli strumenti di bilancio o ai tassi di crescita potenziale; è soprattutto politica, e affonda le radici in una debolezza strutturale che entrambi condividono, sebbene manifestata in forme diametralmente opposte. Merz, che guida una grande coalizione nata già zoppa – al primo voto di fiducia non raggiunse la maggioranza assoluta, un unicum nella storia della Repubblica Federale – governa con un consenso personale in caduta libera, attestato attorno al trentadue per cento, e deve fare i conti con un’Alleanza per la Germania che nei sondaggi supera ormai la Cdu-Csu -8. La sua fragilità, però, lo ha paradossalmente spinto ad azioni di rottura: ha affossato la Schwarze Null, il dogma del pareggio di bilancio, ha varato il più imponente programma di riarmo dal secondo dopoguerra e non esita a trattare con durezza gli alleati, inclusa l’amministrazione Trump, sulla cui rieleizione – avvenuta il venti gennaio del duemilaventicinque – Merz ha più volte espresso un giudizio di realpolitik, rivendicando per l’Europa un ruolo di «alternativa normativa all’imperialismo» ma senza mai sconfinare nello scontro frontale voluto dall’Eliseo -1-7.

Il fantasma di Parigi e il peso di una leadership in scadenza

Dall’altra parte della Senna, la situazione non è certo più rosea. Macron, che pure conserva costituzionalmente le redini della politica estera e di difesa, vive ormai da mesi una fase che gli anglosassoni definiscono lame duck: impossibilitato a ricandidarsi, vincolato da un Parlamento senza maggioranza stabile e con una popolarità personale scesa al venticinque per cento, cerca disperatamente di dettare l’agenda prima che la campagna per le presidenziali della primavera duemilaventisette fagociti ogni residuo spazio di manovra -2-9. È questa data di scadenza, più di ogni divergenza dottrinaria, a rendere le sue proposte indigeste a Berlino. Perché il cancelliere tedesco, dal canto suo, guarda altrove. Il suo asse preferenziale, in queste settimane, sembra essersi spostato verso sud. L’incontro di Villa Pamphili con Giorgia Meloni, avvenuto due settimane fa e ricordato oggi a Bruxelles da un cordiale scambio di battute – «Piacere di rivederti, Giorgia», «Anche per me, Friedrich» – ha sancito una comunanza di vedute su molti dei dossier caldi: dalla necessità di arginare la burocrazia comunitaria alla contrarietà a nuovi meccanismi di debito mutualizzato, passando per una gestione cauta e dialogante dei rapporti con la nuova amministrazione repubblicana a Washington.

La triplice alleanza e i gioielli di famiglia a cui non si rinuncia

È un fronte, quello tra Roma e Berlino, che si allarga a Madrid e che trova nella bocciatura degli eurobond il suo collante principale. Per Merz, il cosiddetto bastione del Bund non è solo una questione di ortodossia finanziaria; è anche, e forse soprattutto, un gioiello di famiglia da preservare, il segno distintivo di una potenza economica che non intende farsi carico dei rischi altrui, men che meno quando a proporre il mutuo soccorso è un presidente che potrebbe lasciare l’Eliseo all’estrema destra sovranista. La Francia, d’altronde, arriva all’appuntamento sulla competitività con le ossa rotte da quattro anni di instabilità politica senza precedenti: cinque primi ministri succedutisi in rapida sequenza, un’Assemblea Nazionale frammentata e una dialettica parlamentare ridotta a una sequela di veti incrociati e maggioranze ballerine. In questo contesto, la spinta francese per un debito comune viene percepita da molti governi del Nord come l’estremo tentativo di un potere morente di blindare la propria eredità, scaricando sui partner il conto di decenni di mancate riforme.

Il caccia che non vola e la difesa che divide

A testimoniare la frizione non servono soltanto le dichiarazioni ufficiali o i comunicati stampa. C’è un fronte, quello della difesa, dove la distanza tra Parigi e Berlino è ormai un abisso. Il progetto SCAF, il caccia di sesta generazione che avrebbe dovuto rappresentare l’orgoglio tecnologico di un’Europa sovrana, langue in un vicolo cieco da mesi: Dassault rivendica la leadership progettuale, Airbus chiede una parità industriale che i francesi non sono disposti a concedere, e nel frattempo Berlino – con pragmatismo teutonico – ha già messo un piede nel programma alternativo GCAP, assieme a Italia e Regno Unito, acquistando anche una flotta di F-35 americani. Una scelta, quest’ultima, che a Parigi è stata letta come una vera e propria dichiarazione di sfiducia. Così, mentre Macron parla di «risveglio europeo» e invoca una reazione massiccia di fronte allo tsunami cinese e all’imprevedibilità americana, la Germania procede per conto proprio, accumulando ordini militari e stringendo alleanze variabili. Il risultato è che il tanto celebrato asse franco-tedesco, pur mostrandosi in pubblico sorridente e compatto, in privato arranca, diviso tra chi vorrebbe una federazione più integrata – sebbene Macron stesso diffidi del termine federalismo – e chi, invece, preferisce una rete di cooperazioni ad hoc, più snelle e meno vincolanti.

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