Il centrodestra torni a fare il centrodestra, Zelensky prova la carta della tregua pasquale
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Redazione Esteri
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Il monito, formulato come un “consiglio non richiesto”, risuona in realtà come un ultimo avviso ai naviganti di una coalizione che, forte del consenso popolare, rischia di incagliarsi nelle secche della politica spettacolo. Il centrodestra, e lo si coglie tra le righe di questo intervento che prova a indirizzarne la rotta, corre il pericolo di scivolare nel più classico degli errori: chiudersi in una gabbia di vertici interminabili, disperdere energie preziose in “rimpastini” privi di respiro strategico e farsi ipnotizzare dai salotti televisivi, mentre il Paese reale – quello delle fabbriche, dei cantieri e delle famiglie – attende risposte concrete, non coreografie di potere.
La tregua di Pasqua che viene da Kiev
Mentre sul fronte interno si dibatte di assetti e poltrone, la scena internazionale si anima di una proposta che arriva da un teatro di guerra, l’Ucraina, dove il tempo si misura in vite salvate e infrastrutture in macerie. È stato Volodymyr Zelensky, il presidente che ha fatto della resilienza una cifra del proprio mandato, a lanciare ieri un’offerta a sorpresa: un cessate il fuoco per la durata delle festività pasquali. “Siamo pronti a qualsiasi compromesso, tranne che sulla nostra sovranità”, ha dichiarato il leader di Kiev, specificando che la tregua dovrebbe riguardare in particolare gli attacchi al settore energetico, quello che – negli ultimi mesi di conflitto – ha subito le devastazioni più sistematiche.
La proposta, che arriva al culmine di una settimana caratterizzata da significativi colpi sferrati dai droni ucraini contro l’industria petrolifera russa, rappresenta una scommessa diplomatica complessa. “Se Mosca smetterà di attaccare il nostro settore energetico, faremo altrettanto”, ha ribadito Zelensky, cercando di ribaltare la prospettiva: la pausa non sarebbe un atto di resa, ma una condizione per verificare la reale volontà di Mosca di interrompere le ostilità, seppur temporaneamente.
Un’inversione di rotta tra droni e infrastrutture
L’appello di Zelensky, che in passato aveva già chiesto pause durature nei combattimenti ricevendo sempre un rifiuto da Mosca, arriva in un momento delicato per le sorti del conflitto. Da un lato, la capacità ucraina di colpire le raffinerie russe ha dimostrato una sofisticazione operativa che ha impensierito il Cremlino; dall’altro, l’inverno ha messo a dura prova il sistema energetico ucraino, con i prezzi del carburante schizzati verso l’alto, innescando un effetto domino aggravato anche dalle tensioni in Medio Oriente. Una tregua sugli attacchi alle infrastrutture energetiche rappresenterebbe quindi, per Kiev, una boccata d’ossigeno vitale, permettendo riparazioni e una riorganizzazione logistica in condizioni di relativa sicurezza.
In un contesto internazionale segnato dalla rielezione di Trump alla Casa Bianca, una figura che ha spesso manifestato posizioni ambivalenti sul sostegno a Kiev, la mossa di Zelensky assume i contorni di un tentativo di imporre un’agenda. Il presidente ucraino ha voluto sottolineare come i russi, in due o tre giorni di pausa, “non saranno in grado di rafforzare nulla”, smontando l’obiezione secondo cui una tregua, seppur limitata, favorirebbe l’occupante.
Politica estera e giochi interni
Se da un lato Zelensky prova a dettare i tempi della diplomazia, aprendo spiragli – seppur limitati – per una distensione, dall’altro l’appello rivolto al centrodestra italiano parla di un’urgenza opposta, ma speculare: la necessità di non perdersi in dinamiche autoreferenziali. La provocazione lanciata dal leader ucraino – quella di nominare le “casalinghe” ucraine al vertice di colossi come Rheinmetall, in risposta a chi sottovaluta il potenziale industriale del paese – è un promemoria brutale di come la guerra trasformi le gerarchie e imponga pragmatismo.
Le due piste, quella del rilancio politico interno e quella della mediazione internazionale, procedono parallele. Mentre si discute di assetti e di “vertice”, la realtà impone scelte nette: da un lato, la tentazione di ridurre la politica a un’eterna partita a scacchi tra correnti; dall’altro, la prova di fuoco di una guerra ai confini dell’Europa che richiede visione strategica, non riflessi condizionati da talk show. È in questo scarto tra la necessità di governare la complessità e il richiamo dell’immediatezza spettacolare che si gioca, tanto per la coalizione di governo italiana quanto per gli equilibri globali, la partita più vera.




