“Quel ragazzino che ha accoltellato la prof? Poteva essere mio figlio”: la madre di un bambino con ADHD rompe il silenzio

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Paola, questo il nome di fantasia scelto per proteggere la sua identità, è una madre romana di 48 anni con un figlio di 12 al quale, due anni fa, è stato diagnosticato il disturbo da deficit di attenzione e iperattività. Il suo sfogo, lungo e articolato, parte da un’immagine precisa: qualche mese fa, rovistando nel cassetto della camera del ragazzo, ci ha trovato un coltello a serramanico acquistato online. «Mi si è gelato il sangue», racconta, e da quel momento – spiega – non ha più smesso di interrogarsi su quanto accaduto recentemente a Trescore Balneario, dove un tredicenne ha accoltellato la sua professoressa di francese, Chiara Mocchi, ferendola alla gola e all’addome in un agguato pianificato e trasmesso in diretta su Telegram.

L’elemento che accomuna la sua esperienza personale al fatto di cronaca è la diagnosi di adhd, un disturbo del neurosviluppo che, in assenza di supporti adeguati, può tradursi in comportamenti impulsivi, difficoltà di gestione della rabbia e, nei casi più gravi, in condotte aggressive. Paola, che preferisce rimanere anonima per tutelare il figlio, confessa di essersi vista allo specchio nella madre del tredicenne bergamasco: «Potevo essere io la mamma di quel ragazzo», ripete, e nelle sue parole si avverte il peso di una quotidianità fatta di continui richiami, frustrazione e tentativi – spesso vani – di contenere un’esplosività che sfugge al controllo.

La scoperta del coltello nel cassetto e il timore di non essere stati ascoltati

Il ritrovamento del coltello nella cameretta del figlio, avvenuto mesi prima dell’episodio di Trescore Balneario, rappresenta per Paola una sorta di spartiacque. Fino a quel momento, racconta, aveva cercato di gestire le difficoltà del ragazzo con l’aiuto dei servizi e della scuola, ma l’idea che potesse procurarsi un’arma – e farlo in piena autonomia attraverso un acquisto online – l’ha costretta a rivedere ogni certezza. Non è un caso che nel caso del tredicenne di Bergamo gli inquirenti abbiano appurato che il coltello utilizzato per l’aggressione, insieme a una pistola scacciacani e a materiale potenzialmente esplosivo, fosse stato acquistato proprio su Telegram, una piattaforma che richiederebbe un’età minima di 14 anni per l’iscrizione. La madre romana si chiede, retoricamente, se qualcuno abbia mai davvero ascoltato le sue segnalazioni o se il disagio dei ragazzi con adhd venga spesso liquidato come semplice “cattiva condotta”.

La diagnosi di adhd, in effetti, comporta una serie di sfide specifiche nel contesto scolastico: difficoltà a seguire istruzioni complesse, scarsa tolleranza alla frustrazione, bisogno di una supervisione costante e, non di rado, episodi di aggressività verbale o fisica che vengono interpretati come volontà di prevaricazione piuttosto che come sintomi di un disturbo. Paola sottolinea come, nel suo caso, il supporto ricevuto sia stato frammentario e spesso inadeguato, lasciandola sola a gestire un ragazzo la cui impulsività – se non indirizzata – rischia di trasformarsi in un pericolo per sé e per gli altri.

Crepet e il monito al ministero: il fallimento di uno sguardo permissivo

A riaccendere il dibattito sulle responsabilità istituzionali, subito dopo il caso della professoressa accoltellata, ci ha pensato lo psichiatra Paolo Crepet, che in più interventi ha puntato il dito contro quella che definisce una gestione “permissiva” dell’adolescenza e, in particolare, contro il politicamente corretto che – a suo dire – avrebbe eliminato regole e confini educativi. Crepet, la cui analisi torna ciclicamente a farsi sentire ogni volta che un episodio di violenza giovanile scuote l’opinione pubblica, ha parlato di un fallimento culturale generalizzato: «Abbiamo tolto gli argini pensando di fare il bene dei ragazzi», ha affermato, sostenendo che senza limiti chiari anche il disagio più silenzioso possa trasformarsi in rabbia distruttiva. Il suo messaggio, diretto al ministero dell’Istruzione, è suonato come una critica alla lentezza con cui vengono affrontati i problemi strutturali della scuola, dalla carenza di psicologi all’assenza di percorsi personalizzati per studenti con disturbi del neurosviluppo.

Nel caso specifico del tredicenne di Trescore Balneario, l’aggressione è avvenuta poco prima dell’inizio delle lezioni, nei corridoi dell’Istituto comprensivo “Leonardo Da Vinci”: il ragazzo indossava pantaloni mimetici e una maglietta con la scritta “Vendetta”, e ha colpito la docente con diversi fendenti mentre il suo cellulare trasmetteva in diretta. Un dettaglio che, per Crepet, conferma come i social network fungano da amplificatori di rabbia, normalizzando la violenza e annullando la percezione delle conseguenze reali. Un meccanismo che anche Paola, nella sua testimonianza, riconosce come temibile: il figlio, racconta, passa ore incollato agli schermi, e sebbene cerchi di controllarlo, non sempre riesce a filtrare i contenuti – violenti o estremisti – che possono attecchire in una mente già fragile.

La solitudine delle famiglie e la fatica di chiedere aiuto

«Quando ti dicono che tuo figlio ha l’adhd, in realtà nessuno ti spiega cosa fare», lamenta Paola, e la sua voce si fa più tesa nel ricordare l’infinita trafila di visite specialistiche, attese, riunioni a scuola. Le ricerche più recenti, del resto, sottolineano come le famiglie di bambini con questo disturbo vivano spesso in uno stato di isolamento e frustrazione, con il rischio di essere giudicate sia dagli insegnanti – che talvolta interpretano i comportamenti problematici come frutto di una cattiva educazione – sia dalla società, pronta a stigmatizzare genitori incapaci di “tenere a freno” i figli. L’Associazione Italiana Famiglie ADHD promuove da anni percorsi di parent training proprio per rompere questo isolamento, ma l’accesso a questi strumenti è spesso disomogeneo sul territorio, e la richiesta di aiuto finisce per scontrarsi con liste d’attesa interminabili.

Paola ammette di essersi sentita, in più di un’occasione, colpevole: la colpa di non essere stata abbastanza severa, o al contrario di essere stata troppo protettiva, di non aver saputo vedere i segnali prima che si trasformassero in qualcosa di più grave. La sua testimonianza, però, ha anche il pregio di restituire complessità a un fenomeno che troppo spesso viene ridotto a slogan o a facili condanne. Il coltello trovato nel cassetto, spiega, è stato un campanello d’allarme che l’ha spinta a chiedere un nuovo supporto, più incisivo, ma l’ansia di non essere creduta – di essere scambiata per una madre allarmista – l’ha a lungo frenata.

Il caso di Trescore Balneario e l’ombra di una possibile istigazione

Mentre la professoressa Mocchi, dopo essere stata operata d’urgenza all’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, è stata dimessa dalla terapia intensiva e prosegue ora un percorso di sostegno psicologico, le indagini sul tredicenne proseguono su due fronti: penale – sebbene il ragazzo non sia imputabile per l’età – e civile, per permettere l’adozione di provvedimenti di natura sociale. La Procura per i minorenni di Brescia, competente per il territorio, ha aperto due fascicoli e sta cercando di ricostruire i contatti social del ragazzo, in particolare il canale Telegram su cui ha trasmesso l’accoltellamento: si tratterebbe di meno di dieci utenti collegati in diretta, ma gli inquirenti non escludono che qualcuno di questi possa averlo incentivato o istigato. La difesa della famiglia, attraverso l’avvocato Carlo Foglieni, ha già sollevato il problema della verifica dell’età sulla piattaforma, un aspetto su cui i carabinieri stanno indagando per capire come il minore abbia potuto accedere a contenuti e canali di acquisto illegali.

Paola, ascoltando i resoconti del caso, non può fare a meno di pensare a suo figlio e alla fragilità di un confine che separa la trasgressione “normale” dall’atto violento. «Poteva essere mio figlio», ripete, e in questa frase non c’è solo il sollievo per uno scampato pericolo, ma anche la richiesta – implicita – che la scuola e le istituzioni smettano di guardare a questi ragazzi come a “mostri” da isolare, e inizino a considerarli per quello che sono: adolescenti con un disturbo che, se riconosciuto e trattato per tempo, può essere gestito, ma che se ignorato rischia di esplodere con conseguenze devastanti per tutti.

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