La stoccata di Crepet e il nodo irrisolto della violenza giovanile dopo l’accoltellamento della prof

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Interno Redazione Interno   -   Il caso della professoressa accoltellata da un alunno di tredici anni a Trescore Balneario, in provincia di Bergamo, ha riaperto un fronte che la cronaca scolastica conosce fin troppo bene: quello della violenza agita dentro le aule, da chi quelle aule dovrebbe abitarle per imparare, non per aggredire. L’episodio, risalente al 25 marzo, aveva già avuto un risalto particolare per via di un dettaglio che ne amplifica il senso di inquietudine – l’aggressione avvenuta mentre il ragazzo era in diretta su Telegram – e ora, a distanza di giorni, il dibattito si riaccende con l’intervento di Paolo Crepet. Lo psichiatra, che da anni interroga il malessere degli adolescenti, ha scelto di non inseguire la facile retorica che indica nei social network il capro espiatorio universale, indirizzando piuttosto una stoccata precisa al ministero dell’Istruzione: troppo comodo, il suo ragionamento, scaricare la responsabilità sulle piattaforme digitali senza affrontare il vuoto strutturale dell’educazione emotiva dentro le scuole.

Il gesto del tredicenne, la diretta e l’ombra di un disagio profondo

Quel pomeriggio di fine marzo, in un istituto del bergamasco, una docente di francese è stata colpita da uno dei suoi studenti, un ragazzo che non ha ancora compiuto quattordici anni. Il fatto, già di per sé drammatico, assumeva contorni quasi surreali alla luce della diretta streaming che l’aggressore stava conducendo nel momento stesso in cui afferrava l’arma. Un dettaglio, quest’ultimo, che ha immediatamente catalizzato l’attenzione pubblica, spingendo molti a interrogarsi sul rapporto distorto tra adolescenza, esposizione mediatica e pulsione violenta. È in questo quadro che si è inserito l’intervento di Matteo Lancini, psicologo e presidente della Fondazione Minotauro di Milano, chiamato a decifrare un episodio che non può essere ridotto a semplice devianza individuale. Lancini, pur riconoscendo il peso delle dinamiche digitali, ha invitato a guardare oltre, al di là dello schermo, verso quelle fragilità relazionali che la scuola – da sola – fatica a intercettare. E se Lancini ha lavorato sull’analisi clinica del contesto, Crepet ha alzato il tiro, spostando il bersaglio delle critiche su chi le politiche scolastiche dovrebbe progettarle.

Crepet e le responsabilità del ministero: “Lavorare sulle emozioni”

Lo psichiatra, intervistato in questi giorni, ha smontato con secchezza la narrazione che vorrebbe i social come unici colpevoli. “Troppo facile dare la colpa ai social”, ha tagliato corto, per poi aggiungere che senza un lavoro sistematico sulle emozioni – dentro le ore di lezione, nel rapporto quotidiano tra docenti e studenti – si continuerà a intervenire solo dopo che l’irreparabile è accaduto. Una stoccata, quella rivolta al ministero guidato da Giuseppe Valditara, che arriva mentre lo stesso dicastero si appresta a celebrare un gesto opposto a quello della violenza: il riconoscimento pubblico allo studente che, durante l’aggressione, ha avuto il coraggio di frapporsi tra la professoressa e il coetaneo armato, riuscendo a contenerlo e di fatto a evitare conseguenze ancora più gravi. Il ragazzo, che verrà ricevuto a Roma insieme alla sua classe e premiato personalmente dal ministro, rappresenta così l’altra faccia di una generazione che i titoli di cronaca tendono a raccontare solo attraverso gli episodi più eclatanti.

La lettera degli esperti: “Oltre la paura, educare al conflitto”

Nel frastuono delle reazioni, a emergere è anche la voce di chi con la scuola lavora ogni giorno. Daniele Novara, insieme allo staff del Centro Psicopedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti (CPP), ha pubblicato una lettera aperta agli insegnanti che prova a uscire dall’emergenza. Il testo, che prende le mosse proprio dall’accoltellamento di Bergamo, invita i docenti a non lasciarsi paralizzare dalla paura, a non cedere alla tentazione di irrigidire i rapporti in nome di una sicurezza che spesso si traduce solo in maggiore distanza. Novara e il suo gruppo di lavoro puntano il dito su un nodo storico della scuola italiana: la mancata educazione al conflitto, intesa non come rissa o sopraffazione ma come competenza relazionale da costruire giorno per giorno. Un’assenza, questa, che finisce per lasciare gli insegnanti soli di fronte a dinamiche che non sono solo disciplinari ma profondamente emotive.

L’impressione, scorrendo i diversi interventi che si sono susseguiti dopo il fatto di Trescore, è che il mondo della scuola stia vivendo una sorta di spartiacque. Da un lato ci sono i fatti di cronaca nera – che vanno raccontati con il necessario riserbo, senza enfatizzarne i dettagli cruenti – e dall’altro la consapevolezza, ormai diffusa tra psicologi e pedagogisti, che gli strumenti attuali non sono sufficienti. Le parole di Crepet, così come quelle di Lancini e Novara, convergono tutte verso un medesimo punto: non si può continuare a inseguire l’emergenza con dichiarazioni di circostanza mentre la struttura stessa del rapporto educativo si fa ogni anno più fragile. Il ministro Valditara, dal canto suo, ha scelto di rispondere attraverso il gesto simbolico del premio allo studente che ha fermato l’aggressore, un’immagine di segno opposto rispetto a quella della professoressa accoltellata. Resta da vedere se questa dialettica tra allarme e celebrazione saprà tradursi in politiche concrete, ma l’invito che arriva da più parti è chiaro: smettere di guardare alla scuola come a un contenitore di emergenze da gestire, per cominciare a pensarla come a un luogo dove le emozioni, anche quelle più difficili, trovano il modo di essere nominate prima di esplodere.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.