La professoressa e il ‘manifesto’: la stoccata di Crepet e il silenzio che diventa coltello
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Redazione Interno
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Il giorno in cui Chiara Mocchi ha lasciato l’ospedale Papa Giovanni XXIII, cinque giorni dopo essere stata raggiunta al collo e al torace da un pugnale impugnato da un suo studente di tredici anni, ha dettato una seconda lettera. L’ha voluta per ringraziare chi le ha salvato la vita: il personale sanitario, certo, ma anche quel compagno di scuola dell’aggressore – un altro tredicenne – che con calci e determinazione è riuscito a scacciare il coetaneo armato, interrompendo l’aggressione e rischiando a sua volta di finire accoltellato. La sua liberazione dal reparto di rianimazione, dove era finita per un soffio, è coincisa con il ritorno prepotente del dibattito sulle responsabilità educative, alimentato dalle dichiarazioni – spesso intrise di quella rabbia lucida che lo contraddistingue – dello psichiatra Paolo Crepet. È stato proprio Crepet, intervenuto in televisione, a rifiutare la retorica del caso isolato per scagliare una stoccata precisa al cuore del sistema scolastico e, per estensione, a quelle istituzioni che, a suo dire, perdono di vista l’essenziale: la valorizzazione di chi, come quella professoressa, sceglie di restare nonostante tutto.
La lucidità fredda del tredicenne e la rete invisibile
Agli inquirenti, il ragazzo si è presentato con una lucidità che ha ghiacciato chi lo ascoltava. Non c’era traccia di un pentimento immediato, semmai il rammarico di non aver portato a termine il disegno omicida che, come emerso dalle indagini, covava da tempo. Il suo non è stato un gesto improvviso, ma meticolosamente preparato: aveva scritto un “manifesto” in cui annunciava l’intenzione di colpire, si era presentato a scuola indossando una maglietta con la scritta “Vendetta” e aveva nello zaino, oltre al coltello, anche una pistola scacciacani. La confessione resa con freddezza ha rivelato un aspetto ancora più agghiacciante: il ragazzo aveva pianificato di uccidere anche i propri genitori, un desiderio che, secondo quanto trapelato, avrebbe confidato a coetanei nei giorni precedenti all’aggressione. La procura per i minorenni di Brescia ha aperto due fascicoli – uno penale, sebbene il ragazzo non sia imputabile data l’età, e uno civile – per permettere l’affidamento a una struttura protetta, mentre gli inquirenti stanno cercando di ricostruire la costellazione di contatti social, in particolare su Telegram, che potrebbe aver giocato un ruolo nell’istigazione o nell’amplificazione della sua deriva. Si ipotizza che l’aggressione sia stata trasmessa in diretta su un canale della piattaforma, un dettaglio che ha spinto l’avvocato della professoressa a parlare apertamente di “indottrinamento” avvenuto attraverso lo schermo di un cellulare.
La stoccata di Crepet: “Servitrice dello Stato”
Se il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara ha subito annunciato l’intenzione di premiare lo studente che ha difeso la docente, invitando la sua classe al ministero per un riconoscimento al coraggio, Crepet ha spostato l’attenzione su un altro tipo di onorificenza. Lo psichiatra ha puntato il dito contro la retribuzione e la considerazione sociale riservata a chi, come la professoressa Mocchi, rappresenta lo Stato in cattedra. “Questa è una servitrice dello Stato a 1.500 euro al mese”, ha tuonato, sottolineando come non basti un gesto simbolico di vicinanza – pur apprezzando la visita del ministro in ospedale – ma sia necessario un cambio di paradigma. Ciò che ha colpito Crepet, oltre alla gravità dell’aggressione, è stata la reazione della vittima: la docente che, appena uscita dalla rianimazione, ha dettato al suo legale di non alzare muri contro il ragazzo, dichiarando di non provare odio. Per Crepet, quella capacità di tenerezza e di visione rappresenta una rarità da preservare e onorare, un antidoto alla deriva di una società che, secondo la sua analisi, trasforma i ragazzi in “bambini Abarth”, accelerati e truccati da una sovraesposizione digitale che ne corrode la capacità di ascolto e di relazione. Il ragazzo di Bergamo, con la sua maglietta “Vendetta”, ne sarebbe l’esempio più tragico: un prodotto finale di un fallimento educativo che inizia ben prima del gesto estremo.
I vuoti da riempire e la pedagogia del conflitto
In parallelo alle dichiarazioni più aspre, si è levata la voce del pedagogista Daniele Novara, che insieme allo staff del Centro Psicopedagogico per l’Educazione e la Gestione dei Conflitti (CPP) ha indirizzato una lettera aperta agli insegnanti. L’obiettivo dichiarato è quello di superare la semplice reazione emotiva – quella comprensibile sensazione di vulnerabilità che ha scosso il mondo della scuola – per trasformare il turbamento in consapevolezza educativa. Novara invita a non leggere l’episodio come inspiegabile, ma a riconoscerlo come un sintomo di una difficoltà più ampia: quella di ragazzi e ragazze che faticano a tollerare la frustrazione, a gestire il limite e ad attraversare il conflitto senza esserne travolti. La sua proposta, radicata nella pedagogia maieutica, non è quella di aumentare le misure di controllo, ma di fare della classe un vero e proprio laboratorio di relazioni, dove il conflitto non venga rimosso ma accolto come occasione di apprendimento. Se Crepet invoca un intervento quasi artistico – riempire il “vuoto artistico” portando a scuola mimi, musicisti o scacchi per “aprire il cervello” – Novara insiste sulla formazione degli adulti a un ruolo autorevole, capace di sostenere la tensione relazionale senza farsi male né fare male.
Il dopo: la paura e la forza di tornare
Mentre la professoressa lasciava l’ospedale, il legale della sua famiglia ha ribadito la volontà della donna di non coltivare rancore, concentrandosi invece sul messaggio positivo lanciato dal coraggio del giovane che l’ha difesa. Un gesto, quello del compagno di scuola, che l’avvocato ha già proposto per una medaglia al valore civile, definendolo un “eroe” che ha rischiato la vita per salvare la sua insegnante. Dal fronte giudiziario, l’attenzione resta focalizzata sulla ricostruzione dei contatti social del minore, per capire se dietro il suo gesto vi sia stata un’effettiva istigazione da parte di terzi, un aspetto reso ancora più urgente dalla facilità con cui il ragazzo è riuscito a procurarsi online sia l’arma utilizzata che i materiali potenzialmente esplosivi trovati successivamente in casa. La scuola media di Trescore Balneario si trova così a fare i conti con una ferita che trascende quella fisica della docente, chiamata a interrogarsi su cosa significhi, oggi, custodire lo spazio pubblico dell’educazione.




