Paolo Crepet ai giovani: “Se non avete ambizioni siete morti”
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Dal palcoscenico del Teatro San Marco di Benevento, gremito per la dodicesima edizione del Festival Filosofico del Sannio, Paolo Crepet ha scelto di non usare mezzi termini. Il sociologo e psichiatra, rivolgendosi a una platea composta in buona parte da giovani, ha lanciato un monito che suona come una scossa in un panorama culturale spesso accusato di rassegnazione: recuperare il senso delle ambizioni, credere nei propri sogni, e avere il coraggio di essere se stessi. La sua riflessione, articolata in una lectio magistralis seguita da Ntr24, ha toccato il nodo cruciale di una generazione che, a suo dire, rischia di spegnersi prima ancora di aver provato ad accendersi, vittima di una deriva che non attribuisce esclusivamente alla tecnologia, ma a una più vasta assenza di luoghi autentici di crescita.
La scomparsa degli spazi liberi e il peso della solitudine
Per Crepet, oggi i giovani crescono sempre più soli, e questo non è un fenomeno imputabile soltanto alle nuove abitudini digitali o alla diffusione dei social network. Il problema, sostiene, affonda le radici nella scomparsa di quelli che definisce “spazi liberi”: luoghi, cioè, non organizzati dagli adulti, dove sia possibile stare insieme senza schemi rigidi né obiettivi predefiniti. È proprio in quegli interstizi – nei “piccoli spazi”, come li ha chiamati durante l’incontro – che nascono i grandi cambiamenti. L’assenza di questi contesti, nei quali l’imprevisto e la fatica della relazione non vengono filtrati da una regia esterna, lascia i ragazzi in una condizione di isolamento strutturale, paradossalmente amplificata dall’illusione di connessione perpetua offerta dal digitale. La solitudine, allora, non è solo mancanza di compagnia, ma assenza di quelle occasioni informali in cui si impara a negoziare il conflitto, a costruire alleanze, a misurarsi con i propri limiti e con quelli altrui.
L’intelligenza artificiale e il rischio della banalità
In questo quadro, lo psichiatra ha dedicato una parte significativa del suo intervento al ruolo crescente delle tecnologie e, in particolare, all’intelligenza artificiale. Crepet non ha nascosto il suo scetticismo, arrivando a definire “molto banale” ciò che produce un robot, in contrapposizione alla complessità del pensiero umano. A preoccuparlo è l’uso acritico che se ne fa: ha citato il caso di ragazzi che interrogano i chatbot persino per decidere se prendere un caffè, un esempio che per lui sintetizza una deriva più ampia. “Siamo diventati un po’ idioti”, ha affermato senza giri di parole, sottolineando come le tecnologie, pur essendo strumenti, rischino di trasformarsi in surrogati del pensiero. Il suo richiamo è stato netto: le tecnologie sono in mano a pochi, i quali, a suo avviso, hanno imposto modelli ridicoli. Tuttavia, l’appello finale è alla responsabilità individuale, alla convinzione che si sia ancora “abbastanza intelligenti per pensare a noi stessi”.
La guerra, i bambini e il racconto edulcorato della realtà
Un altro fronte su cui Crepet ha scelto di intervenire, sollecitato dai temi del festival, è quello del modo in cui gli adulti raccontano la realtà ai più piccoli. In particolare, riflettendo su come si dovrebbe parlare della guerra ai bambini, lo psichiatra ha criticato la tendenza a edulcorare gli eventi per renderli meno dolorosi. Un approccio, questo, che a suo giudizio finisce per privare le nuove generazioni della comprensione autentica della complessità del mondo. Se si toglie l’imprevisto, se si annulla la percezione della fatica, si costruisce un immaginario fragile, incapace di reggere l’urto di ciò che non si può controllare. Il suo messaggio, rivolto agli adulti, è stato chiaro: proteggere i giovani non significa nascondere loro le difficoltà, ma fornire loro gli strumenti per affrontarle senza paura paralizzante.
Ambiti e coraggio: un richiamo alla centralità dell’individuo
L’intervento al Teatro San Marco si è concluso idealmente con lo stesso assunto da cui era partito: l’ambizione, intesa non come arroganza o sete di potere, ma come tensione vitale verso un orizzonte personale. Crepet ha ribadito che senza questa spinta propulsiva, che è il contrario della rassegnazione, non si può parlare di vita piena. La sua analisi non si è soffermata su soluzioni collettive o politiche, ma ha puntato il dito sulla necessità di un cambiamento culturale profondo, che riparta proprio dagli spazi più piccoli e dalla capacità individuale di sottrarsi a modelli imposti dall’alto. In un’epoca in cui, come ha osservato, l’intelligenza artificiale rischia di appiattire anche le scelte più quotidiane, il richiamo a tornare a essere protagonisti del proprio pensiero è suonato come una dichiarazione di principio intransigente.




