Paolo Crepet dal palco del Sannio: “Se non avete ambizioni siete morti, e l’intelligenza artificiale ci sta rendendo idioti”
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Il teatro San Marco di Benevento si è trasformato, per l’occasione, in un osservatorio privilegiato sulle contraddizioni dell’animo giovanile, ospitando la lectio magistralis di Paolo Crepet nell’ambito della dodicesima edizione del Festival Filosofico del Sannio, evento promosso dall’associazione “Stregati da Sophia” che quest’anno vede incentrare la propria riflessione sul tema complesso e sfaccettato della bellezza. Di fronte a una platea attenta, composta da studenti e adulti, il noto psichiatra e sociologo ha lanciato un messaggio che suona come un monito categorico per le nuove generazioni, incentrato sul recupero di una dimensione, quella dell’ambizione, che egli ritiene ormai atrofizzata. “Se non avete ambizioni – ha scandito Crepet dal palco – siete morti”, sottolineando come l’assenza di desideri forti e la paura di osare stiano producendo una generazione di giovani spettatori passivi della propria esistenza, anziché protagonisti attivi.
Il ragionamento del professore, denso di subordinate e incisi, si è snodato attraverso l’analisi degli spazi fisici e mentali che la società contemporanea ha progressivamente cancellato. Secondo Crepet, i ragazzi crescono sempre più soli non tanto per colpa della tecnologia in sé – che pure ha un ruolo non secondario – quanto per la scomparsa di quei luoghi non strutturati dagli adulti, quelle “bocciofile” metaforiche dove un tempo si forgiavano le relazioni e si mitigavano le rabbie sociali davanti a un bicchiere di vino scadente. È in quei contesti, ha spiegato, che nascono i grandi cambiamenti: non nelle camere chiuse, dove i giovani rimangono prigionieri di schermi e algoritmi, ma nei piccoli spazi di libertà, lontani da schemi rigidi e da una supervisione genitoriale che, nel tentativo di proteggere, finisce per spegnere qualsiasi scintilla di coraggio e di iniziativa personale.
La deriva tecnologica e l’elogio della fatica perduta
Nel corso del suo intervento, Crepet ha inevitabilmente concentrato una parte consistente della propria riflessione sull’impatto dell’intelligenza artificiale, definita senza mezzi termini come una minaccia per l’umanità proprio perché ci deruba di ciò che rende la vita degna di essere vissuta: l’avventura, l’imprevisto, la fatica. “A me sembra molto banale quello che fa un robot – ha affermato – e chi l’ha inventata, forse, non ha compreso che ci sta privando della nostra essenza”. La critica, aspra e diretta, si è appuntata contro l’uso distorto che si fa quotidianamente di questi strumenti, raccontando di ragazzi che interrogano i chatbot persino per decidere se prendere o meno un caffè, rinunciando così a quella che dovrebbe essere una normale autonomia di giudizio. Per lo psichiatra, questa delega continua alla macchina rappresenta un’autentica rimozione della soggettività, un appiattimento del pensiero critico che trasforma gli individui in replicanti, incapaci di provare quel sano disordine emotivo che solo l’esperienza diretta, con i suoi rischi e le sue cadute, può regalare.
La mediocrità come specchio di una società senza più geni
L’attacco all’intelligenza artificiale si è intrecciato, nel discorso di Crepet, con una più ampia considerazione sulla mediocrità dilagante che pervaderebbe ogni ambito della vita pubblica e culturale. Pur non essendo quello il tema centrale della lectio beneventana, il suo pensiero ha lambito la questione della produzione artistica e musicale contemporanea, che egli legge come il riflesso di una società incapace di generare geni o figure carismatiche. Se si toglie la sofferenza, ha argomentato, si toglie il senso stesso dell’arte: i giovani oggi vengono privati della frustrazione, che lui definisce la “benzina dei neuroni”, e crescono in un contesto che privilegia una perfezione algida e standardizzata, quella stessa perfezione “ignobile” che nulla ha a che vedere con la scoperta e con il talento autentico, il quale nasce sempre da un viaggio, da una fatica, dal rischio concreto di “frantumarsi”. In questo senso, l’ambizione non rappresenta un peccato di superbia, ma l’unica strada percorribile per sottrarsi a quel conformismo piatto che, secondo l’analisi dello psichiatra, sta spegnendo l’unicità di ognuno.
L’illusione della gratuità e la necessità di pensare con la propria testa
“Quello che è gratis è orrendo”, ha tuonato Crepet, riferendosi alla presunta accessibilità totale garantita dalle piattaforme digitali e dai software di intelligenza artificiale. Alle tecnologie, che pure sono strumenti potenti e potenzialmente utili, egli rimprovera di aver imposto modelli comportamentali ridicoli, costruiti a tavolino da pochi grandi potentati economici che lucrano sulla passività degli utenti. Il Festival Filosofico del Sannio, con la sua vocazione a stimolare il pensiero critico tra i banchi di scuola, si propone esattamente come l’antidoto a questa deriva, offrendo agli studenti l’opportunità di confrontarsi con intellettuali e di elaborare saggi sulla bellezza intesa come forza etica e non come mero ornamento. “Siamo abbastanza intelligenti per pensare a noi stessi”, è l’appello finale di Crepet, un invito a ribellarsi alla dittatura silenziosa dell’algoritmo e a riappropriarsi di quella libertà che si conquista solo attraverso il sudore, l’impegno e, soprattutto, il coraggio di avere ambizioni, grandi o piccole che siano, perché è in fondo quella la sola differenza tra il vivere e il semplice sopravvivere.




