Il tennis e l’arte della sconfitta: Alcaraz, Sinner l’ha fatto meglio, per buttarlo giù è servito l’extra-campo

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Se esiste un filo conduttore capace di ricucire le ultime, sorprendenti cadute di Carlos Alcaraz, questo va cercato non tanto nei colpi sbagliati o nell’avversario di turno, quanto in quella zona d’ombra – sottile, impalpabile – che separa la semplice umanità dal mito. Lo spagnolo, ci ricordano le sue recenti uscite, non è un’eccezione alla regola che vorrebbe i campioni protesi vanamente verso una perfezione appannaggio esclusivo delle divinità sportive; anzi, le sue sconfitte – quella patita contro Daniil Medvedev a Indian Wells e l’ultima, forse ancor più clamorosa, contro Sebastian Korda a Miami – sembrano funzionare come una sorta di catechesi tennistica. In questo insegnamento si ribadisce un principio tanto semplice quanto disatteso: perdere, chinare la testa quel tanto che basta per rialzarsi, è gesto profondamente più umano del vincere, in una disciplina, questa, dove il pareggio non esiste e dove, per forza di cose, quando un uomo cede, un altro deve pur atteggiarsi a vincitore, emergendo dal proprio bossolo di limitatezza.

Paolo Bertolucci, osservatore attento e navigato, ha confessato il proprio stupore di fronte a questi ko consecutivi, pur manifestando una certa fiducia nella capacità di ripresa del ventunenne di El Palmar. E in effetti, nel valutare il cammino del 2025, occorre tenere a mente un dato che rischia di passare in secondo piano nella ridda delle sorprese: Alcaraz ha già vinto l’Australian Open, un trofeo che, per peso specifico, colloca la sua annata in una prospettiva diversa, più indulgente. Quel che ha colpito, più della sconfitta in sé, è stata la dinamica: la capacità di rimontare, mostrata ancora a Miami prima dello stop, eppure rivelatasi poi insufficiente a scongiurare l’esito negativo.

Il peso dei trofei e l’analisi di Mouratoglou

A gettare luce su queste intermittenze ci pensa Patrick Mouratoglou, che nella sua analisi azzarda una tesi provocatoria: per Alcaraz, i Masters 1000 – tornei pur prestigiosi – stanno diventando un peso, quasi una formalità da sbrigare. Il coach francese parte da un presupposto ineccepibile: il curriculum del ragazzo, a un’età in cui molti coetanei cercano ancora la prima affermazione importante, è già da Hall of Fame. Otto Major vinti, il più giovane nella storia a completare il Career Grand Slam (impresa riuscita proprio a Melbourne lo scorso febbraio): questo, paradossalmente, potrebbe costituire un pericolo. Il divario tecnico che Alcaraz dimostra di avere su buona parte del circuito, l’abitudine a palcoscenici che per altri rappresentano l’apice, rischia di tradursi in una sorta di noia agonistica, in un calo di tensione fatale proprio in quei tornei di fila dove la motivazione va ricostruita giorno dopo giorno.

La corsa al numero 1 e il confronto con Sinner

L’eco delle sue eliminazioni, però, non si è spenta solo nell’ambito della riflessione tecnica, ma ha innescato conseguenze concrete e misurabili nella dinamica della classifica mondiale. Il confronto a distanza con Jannik Sinner, oggi, diventa il vero termometro della situazione. L’eliminazione di Alcaraz al terzo turno del Masters 1000 di Miami ha aperto uno scenario preciso per l’italiano: un eventuale successo negli ottavi di finale (e nel prosieguo) avrebbe rappresentato un passo decisivo nell’ottica del sorpasso. I numeri, del resto, sono eloquenti. Lunedì 16 marzo il distacco a favore dell’iberico era di 2150 punti, un margine che rendeva impossibile una rivoluzione immediata in vetta. Ma la sconfitta a Miami ha inciso: Alcaraz ha incamerato solo 50 punti, dovendone altresì scartare 10 dal proprio conteggio, congelando così un vantaggio che Sinner, con una corsa più lineare nel torneo statunitense, ha avuto l’opportunità di ridurre in vista dell’appuntamento cruciale di Montecarlo, indicato come possibile momento del sorpasso.

Le variabili extra-campo e la lezione del ranking

Se si osserva il quadro generale, viene da pensare che per fermare la corsa di Alcaraz – per “buttarlo giù”, come si dice in gergo – non siano bastati i colpi degli avversari in campo. È servito qualcosa di più sottile, che attiene alla sfera della gestione mentale e del calendario: l’extra-campo, insomma. La fatica di sostenere il peso di una bacheca già stracolma, la difficoltà di trovare stimoli in tornei che per altri rappresenterebbero l’occasione della vita, diventano variabili con cui lo spagnolo deve fare i conti. Sinner, in questo frangente, rappresenta l’altra faccia della medaglia: il suo percorso appare più lineare, meno discontinuo, costruito su una progressione costante che ora gli consente di approfittare delle pause del rivale. La classifica, in questo senso, non fa che fotografare una realtà già visibile a occhio nudo: mentre Alcaraz cerca di ritrovare quella tensione ideale tra ambizione e noia, l’azzurro avanza sfruttando ogni varco, in un gioco a scacchi dove le pedine si muovono tanto sui campi in cemento quanto nel labirinto delle aspettative.

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