Il monte Faeta e gli animali dimenticati: i volontari di Anpana tra fiamme e salvataggi
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
L’incendio che ha divorato il monte Faeta, spingendosi senza soluzione di continuità dal versante lucchese di Santa Maria del Giudice a quello pisano di Asciano, ha lasciato sul terreno una scia di cenere e smarrimento difficile da misurare soltanto in ettari. Eppure, tra le tante emergenze che questo rogo ha portato con sé – e che ancora tiene in scacco gli operatori forestali e i volontari dell’antincendio boschivo – c’è una faccia meno raccontata della catastrofe: quella che guarda agli animali domestici e randagi sorpresi dal fuoco. Mentre le squadre continuano a bonificare l’area, dove il fronte di fiamma è stato arrestato ma le piccole riprese non accennano a cessare del tutto, l’associazione animalista Anpana Lucca ha mobilitato i propri volontari in un’opera silenziosa ma incessante. Non solo aiuto alle persone, ci tengono a precisare da Anpana, ma anche salvataggi concreti: gatti, polli, anatre e galline sono stati messi in salvo uno a uno, strappati a una morte che tra temperature roventi e fumo denso sarebbe stata inevitabile.
L’arresto delle fiamme e il lavoro che non si vede
La giornata del 3 maggio ha portato una prima, parziale tregua sul monte Faeta: la propagazione del fronte maggiore è stata fermata, e questo rappresenta indubbiamente un risultato significativo per il sistema regionale toscano dell’antincendio boschivo. Tecnicamente, però, l’incendio non può ancora dirsi spento. All’interno del perimetro già percorso dal fuoco – che secondo gli ultimi rilievi ha raggiunto i 710 ettari – rimangono attive numerose piccole riprese, quelle che gli operatori chiamano “faville dormienti”, capaci di riaccendersi con un soffio di vento. Sono proprio queste a tenere impegnate le squadre di operai forestali e i volontari specializzati nelle bonifiche: un lavoro lento, minuzioso, lontano dai riflettori. Nel frattempo, in mezzo a quel paesaggio lunare fatto di tronchi anneriti e terra resa arida, i volontari di Anpana hanno continuato a setacciare le zone periferiche dell’incendio, quelle in cui il fuoco è arrivato meno violento ma abbastanza da terrorizzare qualsiasi animale.
Fiamme alte quaranta metri e l’incubo di chi c’era
Chi ha vissuto quelle ore sul versante pisano, tra San Giuliano Terme e le pendici del monte, racconta ancora con la voce rotta ciò che ha visto. Fiamme che toccavano l’altezza dei pini più vecchi, spinte dal vento al punto da piegarsi fino a lambire il terreno. Un fronte incandescente che ha spazzato via tutto ciò che incontrava, senza distinzione tra sterpaglie, ricoveri per attrezzi o piccole strutture abbandonate. E poi l’aria irrespirabile, quella che ti brucia i polmoni anche se ti copri la bocca con un panno bagnato, e il cielo diventato rosso in piena notte – un colore che molti residenti hanno detto di non aver mai visto prima. In quel caos, mentre le lingue di fuoco divoravano ogni cosa in pochi istanti, i volontari di Anpana si sono mossi seguendo le segnalazioni arrivate dai cittadini: “Ci sono dei gatti in quella cascina abbandonata”, “Le anatre non hanno via di fuga laggiù”, “Le galline sono ancora nel pollaio, nessuno è potuto tornare a prenderle”. E loro sono andati, spesso a piedi, perché le strade erano impraticabili.
I dubbi sui tempi di intervento e il recupero degli animali
Un’altra domanda ha cominciato a circolare tra chi ha perso tutto o quasi in quei giorni: perché si è aspettato tanto prima di intervenire? Il rogo è divampato martedì in tarda mattinata, e fin da subito i residenti della zona di via San Pantaleone avevano segnalato il fumo che si levava dal bosco. I vigili del fuoco erano stati allertati, e nelle prime comunicazioni – ricostruzioni alla mano – si parlava di una “situazione sotto controllo”, destinata a risolversi entro il giovedì all’ora di pranzo. Invece, nel giro di pochissime ore, la superficie bruciata è passata da 70 a 140 ettari, per poi schizzare fino a 710. Un’accelerazione improvvisa che ha messo in ginocchio i soccorsi. In questo scenario, il lavoro dell’Anpana è stato ancora più prezioso proprio perché parallelo a quello ufficiale: mentre i mezzi aerei e i canadair cercavano di domare i fronti più estesi, i volontari a terra recuperavano quello che per molti era l’unico bene rimasto – la propria gallina, il proprio gatto, le anatre del cortile. Senza clamore, senza conferenze stampa, hanno semplicemente fatto ciò che andava fatto. E mentre il monte Faeta continua a fumare, i loro salvataggi restano una delle poche storie di questa emergenza che non parla di distruzione.




