Pronto soccorso in tilt: il viaggio della speranza di una paziente tra Olbia e La Maddalena

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Redazione Salute Redazione Salute   -   Una giovane donna, stretta nella morsa di dolori lancinanti, ha vissuto in prima persona il collasso dei servizi di emergenza nella Gallura durante le festività, trasformando la ricerca di una cura in un vero e proprio calvario tra due isole. Il suo primo approdo, nel pomeriggio di San Silvestro, è stato il pronto soccorso di Olbia, dove è rimasta fino alle prime ore dell’anno nuovo senza ottenere, di fatto, l’assistenza necessaria. Dopo una breve e sofferta pausa, il suo viaggio della speranza è ripreso il due gennaio, costringendola a un trasferimento verso La Maddalena dove, dalle undici alle tredici, ha atteso invano in ospedale. Esaurita anche quell’ultima possibilità, il disperato tentativo finale si è consumato nello stesso giorno al Giovanni Paolo II di Olbia, in un arco temporale di cinque ore – dalle quindici alle venti – che si è concluso, come i precedenti, senza un esito risolutivo.

Il lunedì nero degli anziani e l’attesa infinita per un letto

Se i giorni di Natale e Capodanno hanno garantito una relativa tregua, il lunedì successivo ha scaraventato i reparti di emergenza nel caos più totale, configurandosi come una giornata nera segnata da un boom di accessi. A riempire le sale, in misura predominante, una popolazione anziana e bisognosa di ricovero immediato, della quale venti unità attendevano un posto letto già nel pomeriggio. Di questi, otto erano in osservazione breve mentre gli altri, in numero maggiore, affollavano le sale comuni in una condizione di precario stazionamento. Quando si verificano simili picchi di affluenza, com’è noto, i tempi di attesa per l’ospitalizzazione subiscono un’inevitabile dilatazione, arrivando a toccare persino le ventiquattro ore prima di riuscire a sistemare un paziente in un reparto di degenza.

L’assedio dei virus respiratori: un cocktail che non risparmia nessuno

La pressione abnorme che grava sui pronto soccorso, d’altronde, trova una delle sue cause principali nella circolazione virale particolarmente aggressiva di questa stagione, la quale, dopo aver colpito con forza i bambini, ha progressivamente allargato il suo raggio d’azione agli anziani senza peraltro risparmiare del tutto le altre fasce d’età. Influenza, Rhinovirus e Covid-19 compongono un vero e proprio cocktail patogeno che, con dinamiche parzialmente diverse rispetto agli anni passati, mette a dura prova l’intera rete ospedaliera. Il fenomeno, peraltro, non è confinato alla sola Sardegna, come dimostra il caso del pronto soccorso dell’ospedale Santa Croce di Fano, dove gli accessi hanno registrato un incremento vertiginoso a causa di tosse, febbre alta e cefalea. “Nella settimana a cavallo di Capodanno abbiamo toccato il picco dei casi”, ha confermato il direttore generale dell’azienda sanitaria, precisando come per far fronte all’emergenza siano stati aggiunti sei posti letto e siano stati utilizzati quelli disponibili in altri reparti.

La risposta delle strutture tra posti letto aggiuntivi e criticità sistemiche

La strategia adottata a Fano, seppure rappresenti un tentativo concreto di risposta all’impennata della domanda, illumina una difficoltà di fondo che accomuna molti presidi italiani: la necessità di attingere a risorse straordinarie, come letti di reparti diversi o posti aggiuntivi, per tamponare una crisi che si manifesta con numeri impressionanti, arrivando a contare fino a seicento accessi giornalieri in alcuni pronto soccorso soltanto per complicanze legate a influenza e polmoniti. Questa situazione, caratterizzata da code interminabili e trasferimenti estenuanti come quello vissuto dalla paziente in Gallura, delinea un quadro in cui la capacità di risposta del sistema sanitario, sebbene sollecitata da misure tampone, viene messa a dura prova da un concorso di fattori epidemici e strutturali.

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