Ungheria, il voto che spaventa Mosca e Washington: l’alleanza anomala per tenere in piedi Orbán
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Redazione Esteri
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Ci sono tre convitati di pietra, nessuno dei quali siede formalmente al tavolo delle urne, nella cruciale partita politica che si gioca in Ungheria. Domenica prossima, per la prima volta in sedici anni, Viktor Orbán vede materializzarsi concretamente lo scenario di una sconfitta, un’eventualità che fino a pochi mesi fa appariva remota data la sua abilità nel modellare il sistema a proprio favore. Troppi, infatti, sono gli ostacoli posti dall’«autocrazia elettorale» messa a punto dal tribuno magiaro – quel complesso intreccio di leggi sui media, ridefinizione dei confini dei collegi e controllo delle risorse statali – perché il largo vantaggio registrato nei sondaggi dall’opposizione guidata da Peter Magyar si traduca automaticamente in una maggioranza stabile nell’Országház, il Parlamento di Budapest. Eppure, la pressione esercitata dall’esterno è tale che Mosca e Washington, solitamente divise su ogni fronte geopolitico, si trovano paradossalmente unite nel sostegno al premier uscente.
L’ombra del Cremlino e il sostegno patente della Casa Bianca
Non si tratta di un semplice gradimento diplomatico, bensì di un’operazione a tutto campo per preservare colui che è stato definito l’alleato più fedele di Putin all’interno dell’Unione europea. Da un lato, Vladimir Putin ha intensificato la sua campagna di disinformazione, affidata a società di consulenza mediatica legate al Cremlino: migliaia di messaggi, concepiti in Russia, vengono postati da influencer ungheresi per accreditare Orbán come l’unico “leader forte con amici globali”, mentre il rivale Magyar viene dipinto come un fantoccio di Bruxelles. Dall’altro lato dell’Atlantico, Donald Trump – che siede alla Casa Bianca ormai da più di un anno – non ha lesinato endorsement ufficiali, arrivando a dichiarare che il successo di Orbán sarebbe anche il “nostro successo”. In chiusura di campagna, la spedizione del vicepresidente JD Vance a Budapest serve proprio a consolidare quella narrativa secondo cui l’Ungheria sarebbe un avamposto privilegiato per chi rifiuta il “mainstream” europeo.
La propaganda della paura e l’identificazione del “rischio”
La macchina della comunicazione del Fidesz, ormai rodata dopo sedici anni di governo, ha trasformato la competizione in un referendum sulla sicurezza e l’identità nazionale. Campeggiano per le strade manifesti che raffigurano il presidente ucraino Volodymyr Zelensky con la didascalia: “Non lasciamo che Zelensky abbia l’ultima parola”. In questa narrazione, non c’è spazio per le sfumature: l’oppositore Peter Magyar viene accomunato alla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, in un’unica categoria definita “il rischio”. Di contro, il partito di Orbán si propone come la “scelta sicura”, l’unica in grado di tenere l’Ungheria fuori dalla guerra e lontana dalle ingerenze di Bruxelles. Si tratta di una strategia che, sebbene efficace in passato, sembra questa volta mostrare segni di cedimento, complice la stanchezza dell’elettorato per la corruzione e lo stato dell’economia.
Le interferenze e il caso delle telefonate “leakate”
A complicare ulteriormente il quadro, sono emerse rivelazioni sulle pratiche diplomatiche del governo uscente che hanno gettato ombre sulla sua lealtà nei confronti dell’alleanza atlantica. In particolare, è scoppiato il caso delle telefonate tra il ministro degli Esteri magiaro, Peter Szijjártó, e il suo omologo russo, Sergej Lavrov. Secondo quanto riportato dalla stampa internazionale, Szijjártó avrebbe aggiornato il Cremlino sui dettagli delle riunioni riservate dell’Unione europea, un’abitudine che il diretto interessato ha difeso definendola semplice “diplomazia quotidiana”. Queste fughe di notizie, che arrivano mentre il governo ungherese blocca fondi vitali per l’Ucraina – tra cui un prestito da novanta miliardi di euro – hanno inasprito i rapporti con gli alleati europei. Tuttavia, questa crescente pressione internazionale, anziché indebolire il premier, gli fornisce ulteriore carburante per la sua propaganda anti-establishment, alimentando la percezione di un leader assediato da potenze straniere nemiche.




