L’Italia e l’intelligenza artificiale: solo il Giappone fa peggio
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Redazione Economia
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Un italiano su due afferma di comprendere l’intelligenza artificiale, ma il dato – emerso dal report FragilItalia “Intelligenza artificiale e ruolo della tecnologia”, realizzato da Area Studi Legacoop e Ipsos – colloca il paese al penultimo posto in una classifica di 30 nazioni, superando di misura solo il Giappone, fermo al 41%. Con il 50% dei cittadini che dichiarano di padroneggiare l’argomento, l’Italia si trova ben 17 punti sotto la media globale, attestata al 67%. L’indagine, condotta su un campione di oltre 23mila persone under 75, evidenzia un divario culturale e informativo che persiste nonostante la pervasività della tecnologia.
Se da un lato l’IA viene percepita come strumento quotidiano – basti pensare agli assistenti vocali o ai sistemi di raccomandazione online –, dall’altro la sua reale comprensione rimane superficiale. Un paradosso che si riflette nel mercato del lavoro, dove le competenze richieste stanno mutando rapidamente. Fino a poco tempo fa, si dava per scontato che le hard skills fossero decisive per garantirsi un futuro professionale, mentre oggi, in un contesto sempre più automatizzato, acquisiscono peso inedito le soft skills, dalla creatività alla capacità di adattamento.
La trasformazione, però, non è indolore. Nella seconda metà del 2025, il settore tech e, in misura minore, quello delle telecomunicazioni hanno registrato un’ondata di licenziamenti legati proprio all’integrazione dell’IA. Quella che era una promessa di efficienza si è rivelata una forza dirompente, capace di stravolgere modelli di business e strutture organizzative. Le aziende, costrette a riorganizzarsi, hanno puntato sull’automazione, lasciando sul campo migliaia di posti di lavoro.




