Nessun dolore, il film di Gianni Amelio con Alessandro Borghi presentato a Venezia 83

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Gianni Amelio è tornato al Lido con un'opera che guarda dritto negli occhi l'Italia contemporanea, quelle storture e quelle accoglienze che spesso si scontrano con i muri della paura e dell'indifferenza. Nessun dolore, il suo nuovo film presentato fuori concorso all'83. Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, porta la firma di un regista che da sempre racconta il nostro paese attraverso lo sguardo degli ultimi e il coraggio di chi decide di non voltarsi dall'altra parte.

Con Alessandro Borghi, Valeria Golino e un cast che mescola lingue e culture diverse, la pellicola si inserisce in quel solco tracciato da capolavori come Lamerica e Così ridevano, quasi a voler rispondere, a distanza di decenni, a quelle stesse domande sul senso dell'ospitalità e della sopravvivenza.

La trama e il senso del titolo

Nel film Borghi interpreta Davide, un libraio ambulante romano la cui vita viene sconvolta da un incidente che coinvolge un bambino e dal senso di colpa che ne consegue. In un gesto che sembra quasi volersi espiare, Davide apre le porte della sua casa a una giovane migrante incinta, poi ad altre persone e ad altre famiglie, fino a quando lo spazio domestico diventa un rifugio collettivo, un luogo dove il confine tra ospite e padrone di casa si dissolve in una convivenza forzata e necessaria.

Il titolo, Nessun dolore, suona quasi come un paradosso, ma il regista lo chiarisce senza giri di parole: «Ci sono dolori inammissibili, quel dolore inammissibile ti uccide, però da quel dolore inammissibile tu puoi ricominciare la vita». Un'affermazione che racchiude tutta l'ambiguità del film, dove il dolore non viene negato ma piuttosto trasformato in un motore per ricominciare, per accogliere l'altro come unico antidoto alla solitudine.

Venezia e il ritorno di un maestro

A trentadue anni da Lamerica, film che gli valse l'Osella come Miglior regista nel 1994 raccontando gli albanesi in fuga verso l'Italia vista come una nuova America, Amelio si confronta nuovamente con il tema delle migrazioni, ma questa volta lo fa guardando dentro le mura di casa, in un'Italia che forse ha smarrito la bussola dell'accoglienza. Il regista, che nel 1998 ha vinto il Leone d'oro per Così ridevano, ha scelto di presentare la sua ultima fatica in una cornice prestigiosa, quella del Palazzo del Casinò, dove ha incontrato la stampa e il pubblico insieme agli attori protagonisti.

La pellicola, della durata di 96 minuti e recitata in italiano, arabo e francese, uscirà nelle sale cinematografiche il 24 settembre, forte del passaparola e dell'attenzione mediatica che solo un festival come quello veneziano può garantire.

Le interpretazioni e il peso dei personaggi

Alessandro Borghi, che negli ultimi anni si è imposto come uno degli attori più versatili del panorama italiano, ha raccontato il suo approccio al personaggio di Davide con una sincerità che lascia trapelare il lavoro profondo fatto sul set. «Il dolore provo a superarlo grazie alle persone che amo», ha dichiarato l'attore, sottolineando come il suo personaggio non sia un eroe ma un uomo comune, spinto da un istinto che forse nemmeno lui comprende fino in fondo.

Al suo fianco, Valeria Golino porta tutta la sua intensità in un ruolo che, sebbene non sia stato svelato nei dettagli, promette di essere il contraltare femminile necessario a bilanciare la discesa negli abissi del protagonista. Golino, che ha dichiarato di non proteggersi ma di lasciarsi attraversare dalle emozioni del copione, aggiunge un ulteriore strato di complessità a un film che non cerca facili consensi ma piuttosto una riflessione amara e necessaria sulla nostra umanità.

Un film fuori concorso che interroga il presente

La scelta di presentare Nessun dolore fuori concorso non ne sminuisce certo la portata, anzi, la rende forse ancora più libera da quelle logiche di premiazione che spesso condizionano la lettura critica di un'opera. Amelio, con la sua consueta cifra stilistica fatta di piani sequenza e sguardi rubati, costruisce un affresco corale dove la lingua diventa essa stessa un confine da valicare, un ponte tra mondi che faticano a incontrarsi.

Quarantamila, cinquantamila, forse più persone in Italia vivono ogni giorno sulla soglia dell'abitabilità, e il film sembra chiedersi dove finisca la carità e dove cominci la politica, dove il gesto individuale possa supplire a un'assenza collettiva. Le case si riempiono, gli spazi si contraggono, e il protagonista si ritrova a dormire altrove, in una sorta di esilio volontario che è anche l'unico modo per non soccombere alla responsabilità che si è scelto.

La critica, al momento, sembra divisa tra chi vede in questo lavoro un'eccessiva melanconia e chi invece ne apprezza la tensione morale, ma una cosa è certa: Nessun dolore non lascia indifferenti, e forse è proprio questo il suo maggior pregio.

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