Alessandro Borghi e i dilemmi del libraio Davide: a Venezia il ritorno di Amelio sull'immigrazione
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Dalla ricerca di un’empatia perduta, dai confini spesso labili tra l’osservare e il partecipare, nasce il nuovo capitolo della filmografia di Gianni Amelio. A distanza di trentadue anni da "Lamerica", il regista torna a calcare il tappeto rosso del Lido con un'opera che, sebbene affondi le radici nel medesimo tema delle migrazioni, si sviluppa poi in un territorio emotivo ben più intricato.
Il film, intitolato "Nessun dolore", è stato accolto da un caloroso applauso nella serata di ieri, e si inserisce con naturalezza nel palinsesto della kermesse veneziana, presentato nella sezione fuori concorso.
Per il protagonista Alessandro Borghi, che al Lido è presente anche con un altro lavoro dal titolo "Serpenti", l’esperienza sul set ha rappresentato un’immersione in acque per lui del tutto inesplorate: «Sul set recito con i miei tic», ha dichiarato l'attore, riferendosi a quel bagaglio di piccole imperfezioni e umanità che ogni interprete porta con sé, e che in questa pellicola sono stati messi a nudo in un contesto emotivamente molto denso.
Il ritorno di Gianni Amelio e il tema dell’accoglienza
Nel lontano 1994, Gianni Amelio fu tra i primi grandi autori del cinema italiano a porre l'attenzione sull'emergenza migratoria, allora legata agli sbarchi dall'Albania; quel film, che raccontava la storia di un imprenditore italiano in cerca di facili guadagni e del suo giovane interprete albanese, gli valse l'Osella per la migliore regia. Oggi, il maestro ritorna sull'argomento ma lo fa con uno sguardo diverso, forse più malinconico e certamente più introspettivo.
"Nessun dolore", sceneggiato dallo stesso Amelio in collaborazione con Davide Serino e con il contributo di Andrea Quetti, non è un semplice reportage sull’accoglienza: è piuttosto un racconto corale dove il disagio sociale diventa lo specchio di un disagio interiore, e dove ogni personaggio, dall’ultimo dei comprimari al protagonista, si porta addosso un peso fatto di rimorsi, segreti e silenzi.
Il regista, del resto, ha accolto con serenità la scelta di non partecipare alla competizione ufficiale, dichiarando di sentirsi «benissimo, senza più stress» e aggiungendo di essere grato al direttore Alberto Barbera per averlo inserito in una selezione di prestigio, al fianco di altre pellicole di rilievo.
La trama e i dilemmi morali del libraio Davide
La vita di Davide, un tranquillo libraio interpretato da Alessandro Borghi, scorre via con un'apatia che appare quasi rassicurante, fatta di abitudini consolidate, di una casa accogliente e di un lavoro che lo mette a contatto con i libri, e quindi con mondi lontani, ma senza mai scalfirlo realmente. Eppure, è proprio sull'uscio della sua bottega che il destino bussa nella sua forma più imprevedibile: un uomo, incrociato per strada, tenta di affidargli un bambino, nella speranza di garantirgli un futuro migliore.
Questo gesto, tanto spontaneo quanto drammatico, sconvolge l’esistenza del libraio e lo trascina in un vortice di rimorsi e dilemmi morali che lo costringono a guardare il mondo oltre lo spioncino della sua serenità borghese. Il film diventa così un’indagine sulla natura dell’empatia, su quella capacità di sentire il dolore altrui che spesso, per comodità o per istinto di sopravvivenza, rimane confinata ai margini del nostro campo visivo, intravista appena da una soglia o da una scena laterale.
Davide, con la sua umanità imperfetta e la sua resistenza al coinvolgimento, rappresenta forse il più simile a noi spettatori, ma è proprio lui a diventare il catalizzatore di un male cosmico che, suo malgrado, deve imparare a gestire.
La poetica dell'empatia e il dolore invisibile
Amelio costruisce la sua narrazione attraverso un linguaggio che è al contempo asciutto e profondamente poetico, evitando qualsivoglia compiacimento retorico per concentrarsi invece sull'intensità degli sguardi e delle pause. Il tema dell'immigrazione, che pure rimane centrale nell'architettura del film, diventa il pretesto per esplorare quelle falle emotive che si aprono nell'animo umano quando ci si trova a fare i conti con l'alterità e con la sofferenza che non si conosce.
Come ha osservato lo stesso regista, a suo avviso è proprio la sofferenza a rappresentare il vero motore del cambiamento, quella scossa in grado di spezzare l'inerzia delle nostre esistenze. Il risultato è un’opera che non cerca di fornire risposte facili né di giudicare i suoi personaggi, ma che si limita a osservarli con quella distanza critica e quella partecipazione affettuosa che da sempre contraddistinguono il cinema di Amelio, regista capace di trasformare ogni inquadratura in una riflessione sulla complessità dell’essere umano.
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