Meloni si prepara a dire no al Board of peace di Trump, il nodo è la Costituzione

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Giorgia Meloni, dopo una attenta valutazione condotta in queste ore che ha coinvolto anche i principali alleati di governo, si avvia a declinare l’invito di Donald Trump a far parte del suo Board of Peace per Gaza, il cui annuncio è atteso a margine del Forum economico mondiale di Davos. La decisione, che matura in un contesto diplomatico estremamente delicato, poggia su un argomento giuridico preciso, rappresentando un caso in cui la politica estera deve necessariamente misurarsi con i paletti fissati dall’ordinamento interno. La premier, che pure domani sarà in Svizzera per i suoi impegni istituzionali, sembra intenzionata a mantenere una netta distanza dall’iniziativa del presidente degli Stati Uniti, la cui struttura e finalità appaiono, secondo le fonti vicine al governo, difficilmente conciliabili con i principi fondanti della partecipazione italiana agli organismi internazionali.

L'articolo 11 come bussola costituzionale

Al centro della riflessione di Palazzo Chigi, come riportato da più voci, vi è l’articolo 11 della Costituzione, il quale, pur consentendo all’Italia di partecipare a organizzazioni che garantiscano la pace e la giustizia tra le nazioni, lo permette solo “in condizioni di parità con gli altri Stati”. Una clausola non negoziabile, quella della piena paritarietà, che sembra entrare in frizione con l’architettura concepita da Trump per il suo Consiglio di pace, percepita come un organismo sostanzialmente guidato da Washington e caratterizzato da modalità di adesione, compreso un ingente contributo finanziario iniziale, che ne alterano la natura tradizionalmente multilateralista. “No, così non si può”, è stata la prima reazione della premier, sintetizzando il ragionamento giuridico-diplomatico che sta alla base della probabile scelta italiana.

Le implicazioni per i rapporti transatlantici ed europei

La mossa, sebbene fondata su una lettura rigorosa della Carta, non è priva di conseguenze, poiché situa Roma in una posizione di cauta autonomia rispetto a un progetto fortemente voluto dall’inquilino della Casa Bianca. La partita, che si gioca nel ristretto giro delle capitali occidentali, rischia di creare attriti sottili, costringendo il governo a navigare con estrema attenzione tra la fedeltà atlantica, l’integrazione europea e il rispetto dei propri vincoli costituzionali. D’altronde, l’ipotesi di una partecipazione italiana a un tavolo che, secondo alcune indiscrezioni, potrebbe includere perfino la Russia, è stata fin dall’inizio accolta con scetticismo da diversi settori della maggioranza, i quali vedono in tale adesione un potenziale elemento di destabilizzazione per gli equilibri diplomatici già fragili.

La posizione del Quirinale e il pressing degli alleati

A rafforzare la linea della prudenza, si segnala anche l’orientamento del Quirinale, pronto a vigilare affinché ogni eventuale passo compiuto dal governo non trascenda i limiti posti dalla Costituzione in materia di politica internazionale. L’attenzione al dettato dell’articolo 11, del resto, non è un elemento di mera forma, ma rappresenta un perno attorno al quale ruota l’intera dottrina italiana in fatto di adesioni a consessi sovranazionali. Il pressing esercitato da alcuni alleati di coalizione, in particolare, ha contribuito a chiarire il quadro, spingendo verso una decisione che, sebbene possa apparire di rottura sul piano simbolico, si presenta come l’unica praticabile alla luce dei principi fondamentali dello Stato. La visita a Davos della premier, dunque, si prospetta come un momento in cui le dichiarazioni pubbliche e gli incontri bilaterali saranno seguiti con particolare interesse, per cogliere ogni sfumatura di una posizione italiana che cerca di conciliare pragmatismo e fedeltà ai propri cardini giuridici.

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