L'ergastolo per i due sicari, una storia di Conegliano e un movente familiare

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La Corte d’Assise di Treviso ha scritto, con una sentenza di primo grado, un capitolo decisivo nella vicenda giudiziaria che ha sconvolto Conegliano, chiudendo il processo per l’omicidio di Margherita Ceschin con due condanne all’ergastolo. I giudici hanno riconosciuto Sergio Antonio Luciano Lorenzo e Mateo Garcia, entrambi di origine dominicana, come gli esecutori materiali del brutale delitto consumatosi nella casa della vittima il 23 giugno 2023, quando la settantaduenne fu aggredita e uccisa. Alla massima pena è stato aggiunto, per entrambi, un periodo di isolamento diurno della durata di sei mesi, oltre all’obbligo di corrispondere una provvisionale alle parti civili, quantificata in centocinquantamila euro.

La dinamica accertata e il ruolo dell'ex marito

La ricostruzione processuale, che ha portato alla condanna, descrive un'aggressione pianificata: i due uomini, stando a quanto stabilito in aula, avrebbero prima stordito Margherita Ceschin per mezzo di un contundente, per poi provocarne la morte per soffocamento. Una violenza, questa, che non nasceva da un conflitto occasionale ma che sarebbe stata commissionata, come emerso dalle indagini e dalla stessa sentenza, dall'ex marito della vittima. Costui, che non ha potuto essere processato perché deceduto nell'agosto scorso, è stato indicato dalla corte come il mandante dell'intera operazione, mentre a Sergio Antonio Luciano Lorenzo è stato attribuito il ruolo di organizzatore dell'esecuzione su quell'ordine, e a Mateo Garcia quello di colui che materialmente portò a compimento il delitto.

Le assoluzioni e il dolore dei familiari

Se i due ergastoli rappresentano il nocciolo duro della pronuncia, il verdetto si è completato con due assoluzioni, che contribuiscono a definire un quadro giudiziario non totalmente risolutivo per chi ha subito la perdita. Il fratello di Margherita Ceschin, infatti, ha commentato la sentenza esprimendo un senso di giustizia solo parziale, sottolineando come la condanna degli esecutori non colmi comunque il vuoto lasciato da una vita spezzata. Una presa di posizione che riflette la complessità di un lutto aggravato dalla natura familiare del movente, un elemento che rende la vicenda ancor più lacerante e va al di là della mera sanzione penale.

Un processo che traccia un confine tra colpevoli e innocenti

Il percorso in Corte d’Assise ha dunque operato una netta separazione tra le responsabilità, punendo in modo severissimo chi ha materialmente tolto la vita alla donna e archiviando, invece, le posizioni di altri due imputati. La sentenza, per sua natura provvisoria in attesa di un possibile grado di appello, fissa però dei punti fermi giuridici importanti, accertando la catena di comando che partì dall'ex coniuge e si concretizzò nell'azione dei due condannati. Rimane, a margine delle carte processuali, la storia di una persona uccisa nella propria abitazione, un fatto di cronaca nera che ha scavato un solco profondo in un territorio normalmente tranquillo.

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