La sovranità digitale europea messa alla prova dai colossi Usa e dalle fragilità del cloud
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Redazione Economia
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Se una mattina qualunque, senza preavviso né consultazioni diplomatiche, il presidente statunitense Donald Trump si svegliasse con l’intenzione di firmare un ordine esecutivo per revocare le licenze d’uso del cloud in tutta Europa – una ipotesi che fino a pochi anni fa apparteneva alla fantapolitica ma che oggi, con un inquilino della Casa Bianca abituato a misure unilaterali, non si può più liquidare come assurda – la conseguenza sarebbe una paralisi istantanea e totale. Perché quei permessi, quelle infrastrutture virtuali su cui poggiano dati pubblici, servizi essenziali e interi settori produttivi, sono in larga parte controllati da tre giganti americani: Google, Microsoft e Amazon. Nessun contrappeso europeo, nessuna rete di ridondanza realmente indipendente potrebbe evitare il collasso. Questa, in sintesi secca, la fotografia scattata negli ultimi mesi dai tecnici e dai policy maker che seguono il dossier della cosiddetta “sovranità digitale”, un concetto che ha smesso di essere un esercizio accademico per trasformarsi in un banco di prova concreto per governi e aziende.
Il rischio concreto di una “catastrofe digitale”
La dipendenza dell’Europa dai hyperscaler statunitensi non è un segreto per nessuno, almeno da quando Edward Snowden, con le sue rivelazioni del 2013, ha dimostrato come il territorio digitale europeo fosse permeabile agli occhi della National Security Agency. Da allora si è susseguita una lunga scia di tentativi regolatori – dal fallimento del Privacy Shield alle dispute sui trasferimenti transatlantici di dati – senza però che si riuscisse a ridurre la quota di mercato detenuta da AWS, Azure e Google Cloud. Oggi, chiunque gestisca infrastrutture critiche in Italia o in Francia, dai trasporti alla sanità, dalla difesa alle telecomunicazioni, lo fa spesso affidandosi a contratti di servizio stipulati con queste ration. La loro revoca improvvisa, spiegano gli esperti citati nei rapporti più recenti, equivarrebbe a staccare la spina della corrente: niente backup remoti, niente elaborazioni in tempo reale, niente continuità operativa.
Cisco e la risposta dell’infrastruttura sovrana
Proprio in questo scenario di vulnerabilità sistemica si inserisce l’annuncio di Cisco, che ha deciso di ampliare la propria offerta dedicata alla Critical Sovereign Infrastructure. L’azienda – tradizionalmente nota per apparati di rete e sicurezza – renderà disponibile in tutta l’area Emea uno stack tecnologico completo per realizzare infrastrutture on-premise isolate. Traduzione: sarà possibile costruire data center fisicamente separati, con software e gestione interamente sotto il controllo dell’ente pubblico o privato che li adotta, nel rispetto delle normative locali. Non si tratta di una soluzione “chiavi in mano” per tutti, ma di un tassello che si aggiunge a un mosaico ancora frammentato, dove pochi player europei hanno finora tentato di offrire alternative credibili ai colossi americani.
Le nuove restrizioni Ue: limitare Google, Microsoft e Amazon
La partita, però, non riguarda solo l’iniziativa privata. L’Unione Europea sta valutando restrizioni inedite nei confronti di Microsoft Azure, Amazon Web Services e Google Cloud, con l’obiettivo di ridurre la loro egemonia sui dati delle pubbliche amministrazioni e dei settori strategici. Il nodo è sempre lo stesso: giurisdizione, residenza dei dati, applicabilità del diritto europeo in caso di conflitto con le leggi statunitensi (dallo statuto del CLOUD Act alle ordinanze di produzione di prove in ambito penale). Non si tratta di un improvviso rigurgito protezionista, quanto di una presa d’atto: senza una capacità effettiva di dire “no” a un ordine esecutivo proveniente da Washington, qualsiasi discorso sulla sovranità digitale resta una dichiarazione d’intenti. Le nuove misure allo studio – ancora interlocutorie ma già discusse in seno al Consiglio Ue – potrebbero imporre clausole di residenza dei dati stringenti, audit indipendenti e limiti alla subappalto transatlantico.
Talenti, investimenti e il vero nodo della libertà di scelta
Come ha osservato Santoni, analista di lungo corso sulle dinamiche della trasformazione digitale, il punto di partenza per qualsiasi strategia credibile resta duplice: il controllo effettivo delle infrastrutture e la libertà di scelta tra fornitori alternativi. Ma senza investimenti massicci sui talenti – cioè su chi è in grado di progettare, gestire e difendere queste architetture sovrane – il risultato sarebbe una corazza senza soldati. Le imprese italiane, negli ultimi due anni, hanno iniziato a guardare con interesse crescente alle soluzioni di cloud sovrano europeo, spinte dall’instabilità geopolitica e da un quadro normativo (pensiamo al GDPR e ai suoi eredi) sempre più esigente in materia di protezione dei dati. Resta il fatto che la prova del coraggio, per l’Europa, non consiste nell’annunciare nuove regole, ma nell’investire risorse pubbliche – e nel vincolare quelle private – per costruire una vera alternativa alla triade americana. Finché un ordine esecutivo di Trump (oggi presidente da oltre un anno, con una rielezione ormai storia passata) può ancora paralizzare mezzo continente, di sovranità digitale si può parlare solo come di un cantiere aperto, non come di una conquista.




