L’ultimo saluto a Roma e la memoria dell’oncologo: la malattia di Enrica Bonaccorti tra consapevolezza e dignità
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Si sono aperti questa mattina, venerdì 13 marzo, nella clinica Ars Medica di Roma, i battenti della camera ardente per Enrica Bonaccorti, la conduttrice, attrice e autrice scomparsa ieri all’età di settantasei anni. L’accesso, consentito fino alle ventidue di questa sera e poi nuovamente domani mattina dalle nove fino a mezzogiorno, permetterà a parenti, amici e a quel pubblico che per decenni l’ha amata di offrirle un ultimo saluto prima della cerimonia funebre. Quest’ultima è prevista per domani, sabato 14 marzo, alle quindici nella Chiesa degli Artisti in piazza del Popolo, il luogo che tradizionalmente accoglie l’addio agli interpreti della cultura italiana. La notizia della sua morte, sopraggiunta a causa delle complicanze di un tumore al pancreas diagnosticatole all’inizio dell’estate del 2025, ha riacceso i riflettori sulla forza con cui la Bonaccorti aveva scelto di condividere pubblicamente il proprio calvario.
Il racconto del professor Tortora: una paziente eccellente e consapevole
A tracciare il ritratto più intimo e toccante del suo percorso di cure è il professor Giampaolo Tortora, direttore del Comprehensive Cancer Center del Policlinico Universitario Agostino Gemelli Irccs di Roma, l’oncologo che l’ha avuta in cura. In un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, il medico ha voluto sottolineare come la conduttrice, nonostante la gravità della diagnosi, si sia rivelata una “paziente eccellente”, un concentrato di intelligenza, grazia ed eleganza. Doti, queste, che non sono rimaste qualità astratte ma che ha saputo mettere a frutto concretamente durante il difficile cammino terapeutico. La Bonaccorti, spiega Tortora, era una persona circondata da affetti veri e calorosi — amici autentici, inclusi alcuni volti noti, che le sono stati accanto con discrezione — e con loro, come con l’équipe medica, ha sempre mantenuto un dialogo aperto e trasparente. Una comunicazione chiara che, a detta dello specialista, aiuta ad attenuare l’angoscia, favorendo un clima disteso anche nelle fasi più critiche, laddove invece i silenzi e i segreti, anche se dettati dalle migliori intenzioni, non fanno altro che complicare il dolore di tutti.
La consapevolezza della malattia e la fiducia nella scienza
Fin dal primo momento, racconta ancora il professor Tortora, Enrica Bonaccorti era perfettamente consapevole della complessità della sua situazione. Il tumore al pancreas, alla diagnosi, non era operabile perché si presentava in uno stadio localmente avanzato; l’obiettivo dei cicli di chemioterapia e radioterapia, le migliori terapie standard disponibili, era quello di ottenere una regressione della massa tale da permettere un successivo intervento chirurgico. Purtroppo, però, quella possibilità non si è mai concretizzata a causa del sopraggiungere di complicanze che hanno impedito sia l’operazione sia il proseguimento di ulteriori trattamenti. Di fronte a questo scenario, la conduttrice non ha mai perso la fiducia nei medici e nella scienza, un atteggiamento che, secondo l’oncologo, diventa cruciale proprio quando gli esiti non sono quelli sperati. La capacità di accettare con una certa serenità che sia stato fatto tutto il possibile, anche quando questo non basta a guarire, consente di vivere al meglio il tempo che resta. Ed è esattamente quello che ha fatto la Bonaccorti, che pur nella paura e nel dramma non ha mai smesso di conservare la sua ironia, il suo senso dell’umorismo e quella grande classe che l’hanno sempre contraddistinta.
Il peso della scelta di raccontarsi e il legame con la figlia
Quando la conduttrice comunicò al professor Tortora la sua intenzione di andare in televisione per raccontare a tutti la propria malattia, l’oncologo ammette di essere rimasto perplesso, persino preoccupato. Ma ancora una volta, riflette oggi, Enrica Bonaccorti si è dimostrata una persona intelligentissima, capace di compiere la scelta giusta per sé. Lei stessa, felice, gli raccontò poi quanto quell’atto di condivisione le avesse fatto bene: un senso di liberazione, un calore ricevuto da amici, colleghi e dal pubblico che aveva agito come una medicina per l’anima. In quel percorso, un ruolo centrale e indissolubile è stato giocato dalla figlia Verdiana, presenza costante e fondamentale, e dagli amici più stretti — dal maestro Gianni Mazza, che l’ha ricordata come una donna intelligente e un’amica, all’agente Andrea Quattrini, che le è stato accanto per quindici anni — tutti coloro che, come sottolinea Tortora, hanno nuotato nella stessa direzione, in sintonia pur in mezzo alla tempesta, offrendo un sostegno prezioso sia durante le fasi finali della malattia sia, ora, per chi resta. Un’eredità di umanità e dignità che, nelle intenzioni dello specialista, potrà forse essere d’aiuto a tutte quelle persone che si trovano ad affrontare un percorso altrettanto complesso.




