L’Inter vola in finale con una rimonta da manuale, Chivu si gode la “pazza” e il siparietto con Bertini

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Redazione Sport Redazione Sport   -   A San Siro, dove dieci giorni fa era già accaduto l’incredibile, la storia si è ripetuta con una violenza matematica quasi inesorabile. Il Como, lo stesso che aveva sciupato un doppio vantaggio in campionato cedendo 3-4, è tornato a essere vittima sacrificale di una furia nerazzurra che sembra non conoscere il senso della rassegnazione. Nella semifinale di ritorno di Coppa Italia, la squadra di Cesc Fabregas è partita ancora una volta con il piede sull’acceleratore: Baturina, al 32’, e Da Cunha, ad appena tre minuti dall’inizio della ripresa, avevano disegnato un quadro perfetto per gli ospiti, con quel 2-0 che sapeva di sentenza. Eppure, nel DNA di questa Inter allenata da Cristian Chivu, il concetto di “partita chiusa” è solo un’illusione ottica, una debolezza mentale che appartiene esclusivamente all’avversario di turno.

La mossa di Chivu e l’orgoglio di un gruppo che non si spezza

A differenza di altre occasioni, però, il merito di questa rimonta – la seconda rifilata al Como in meno di due settimane – non va cercato solo nella foga emotiva dei tifosi o nella qualità tecnica dei singoli. C’è una regia precisa, quasi chirurgica, nella gestione della partita da parte di Chivu. L’allenatore, criticato all’inizio della stagione da chi pronosticava un ciclo finito, ha dimostrato ancora una volta una lucidità tattica notevole: l’inserimento di Josep Martinez tra i pali al posto di Sommer, scelta che poteva sembrare un azzardo, si è rivelata decisiva grazie a una parata fondamentale su Diao che ha tenuto vivo l’Inter sul 2-1. Ma il vero colpo da maestro è stata la gestione delle sostituzioni; quando Zielinski e Dimarco non riuscivano più a incidere, Chivu ha gettato nella mischia Sucic e Diouf, due giocatori che hanno letteralmente ribaltato l’inerzia del match. È stato Sucic, entrato al 60’, a confezionare l’assist per il primo gol di Calhanoglu e a siglare poi il definitivo 3-2, coronando una rimonta che sembrava scritta nel destino ma che è stata costruita con il gesso e la lavagna.

Fabregas, la delusione e quel pizzico di veleno sulle risorse avversarie

Dall’altra parte, Cesc Fabregas ha dovuto mandare giù l’ennesimo boccone amaro contro la corazzata di Chivu. Il tecnico catalano, che dieci giorni prima aveva promesso ai suoi che “la prossima non la perderemo, la vinceremo”, si è trovato a fare i conti con la stessa, cruda realtà. Nel dopopartita, pur riconoscendo l’orgoglio per il percorso della sua squadra – capace di tenere testa alla capolista per oltre sessanta minuti – Fabregas non ha potuto fare a meno di lanciare una frecciata, celata dietro la sportività, sulla differenza di esperienza e profondità delle rose. “Abbiamo giocato contro una squadra di veterani che gioca insieme da anni e che vincerà lo scudetto”, ha dichiarato, aggiungendo quasi a denti stretti che “Chivu non lo dirà mai, ma se alleni questi giocatori sei sempre più vicino a vincere”. Parole che sanno di invidia per la potenza di fuoco a disposizione dell’avversario, ma che non tolgono nulla alla grande prestazione dei lariani, fermati solo dal cinismo dei campioni d’Italia in carica.

Chivu scatenato, il siparietto in diretta e il paragone rifiutato con Mourinho

Se la squadra in campo è una macchina da guerra, a bordo campo Chivu si è concesso il lusso di un sorriso, anzi di più: una vera e propria esibizione da mattatore. Nel post-partita, intervistato da Monica Bertini e Federica Zille per Mediaset, il tecnico rumeno ha dato vita a un siparietto virale che ha spezzato la tensione della serata. Vedendolo in gran forma – quella stessa forma che gli permette di scherzare anche con i vecchi compagni come Ranocchia, ribattezzato “Jhonny Stecchino” – la Bertini ha messo le mani avanti preoccupata che lui potesse fare qualche battuta sulla loro presunta vicinanza al ds Piero Ausilio. La risposta di Chivu è stata fulminante: “Non ti dico niente a te, Monica, sennò poi vengo cazziato nello spogliatoio”. Un momento di leggerezza che ha spazzato via ogni accostamento retorico con il passato. Quando gli è stato chiesto del paragone con Josè Mourinho – lo Special One che amava correre sotto la curva – Chivu ha stoppato subito l’entusiasmo: “Perché vi piacciono i titoli. A me non piacciono. Io sono Cristian, metto cuore e passione”. Una dichiarazione d’intenti che fotografa un allenatore capace di ribaltare le partite senza bisogno di ribaltare se stesso.

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