La serata Rai su san Francesco tra ascolti, polemiche storiche e il santo “repellente” di
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Redazione Cultura e Spettacolo
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La prima serata di Rai 1 dedicata a san Francesco, nel giorno in cui il 4 ottobre è tornato a essere festa nazionale a ottocento anni dalla morte del santo, ha lasciato dietro di sé una scia di numeri e di contestazioni che meritano di essere ripercorsi senza la retorica che di solito accompagna gli eventi televisivi di questo tipo.
Il monologo di Roberto Benigni, intitolato “Francesco, il Cantico”, ha raccolto 3 milioni e 723 mila spettatori con il 20,2% di share, mentre la diretta condotta da Giorgia Cardinaletti dall’Auditorium di San Francesco al Prato a Perugia, in collegamento con la Basilica Superiore di Assisi, si è fermata a 1 milione e 769 mila spettatori e al 14,3% di share.
A rendere la serata meno trionfale di quanto la vigilia lasciasse immaginare è stato però il confronto con la concorrenza.
Gerry Scotti su Canale 5, con “La Ruota della Fortuna”, ha superato Benigni con il 25,7% di share contro il 20,2%, e nella seconda parte della serata Silvia Toffanin con “Verissimo”, dedicato all’intervista ai genitori di Chiara Poggi, ha battuto la Cardinaletti con il 17% contro il 14,3%. Un dettaglio, quest’ultimo, che ha fatto discutere più del previsto, perché il traino del premio Oscar non è bastato a sostenere il programma successivo.
Il pacifismo di Francesco e le obiezioni degli storici
Il cuore del monologo di Benigni è stato il ritratto di un Francesco pacifista ante litteram, capace di convincere i cristiani a deporre le armi durante le Crociate e di incontrare il sultano per porre fine al massacro. Una lettura che lo storico Franco Cardini, nel suo volume “Francesco d’Assisi” edito da Mondadori, aveva già smontato anni prima definendola una “galleria di sciocchezze”.
Cardini osserva che la crociata non è mai stata una guerra di religione volta alla conversione dei non cristiani, ma un pellegrinaggio armato finalizzato alla riconquista dei Luoghi Santi, e che Francesco vedeva in essa anzitutto l’occasione del martirio, la forma più alta di testimonianza cristiana. Non c’è dunque da stupirsi, conclude lo storico, se il santo non abbia mai detto una parola contro la crociata.
La questione non è soltanto filologica. Secondo Cardini, alla base di questa rappresentazione c’è una “grossolana ignoranza” di ciò che significava la crociata nel Duecento, e il rischio è quello di trasformare Francesco in un personaggio a immagine e somiglianza delle sensibilità contemporanee, un precursore del pacifismo novecentesco che con la sua epoca aveva poco a che fare.
La povertà come conformazione a Cristo, non come rivendicazione sociale
Benigni ha anche insistito sulla povertà di Francesco come scelta di libertà, quasi che il santo avesse sposato la povertà per ragioni sociali o per protesta contro le ricchezze della Chiesa del suo tempo. Anche su questo punto la ricostruzione storica offre una lettura diversa.
La povertà di Francesco, come ha spiegato lo stesso Cardini riprendendo un passo della Lettera ai Filippesi di san Paolo, era anzitutto cristologica: un conformarsi a Cristo che, pur essendo nella condizione di Dio, svuotò se stesso assumendo una condizione di servo e facendosi obbediente fino alla morte di croce. Francesco non era un hippy ante litteram né un “figlio dei fiori”, e la sua scelta non aveva nulla di rivendicativo in senso sociale: era un abbassamento infinito di sé per imitare il Maestro.
Perfino la “perfetta letizia”, che Benigni ha evocato come una sorta di gioia interiore svincolata dal dolore, nella tradizione francescana ha un significato preciso: è la letizia di chi, rifiutato e bastonato, rivive ciò che visse Gesù. Se non si interpreta Francesco attraverso Cristo, ha osservato Cardini, il santo rischia di apparire un “pazzerello stravagante”, mentre fu un “alter Christus”, e le stigmate ne furono la conferma divina.
Il “santo repellente” di Testori contro l’immaginetta edificante
Mentre la Rai celebrava un Francesco luminoso, sorridente e in tutto e per tutto presentabile, una parte della critica ha rispolverato un intervento di Giovanni Testori del 1981, ora ripubblicato dal Saggiatore nel volume “San Francesco, il barbaro di Dio” a cura di Giuseppe Frangi. Testori, scrittore e drammaturgo scomparso nel 1993, non poteva conoscere lo spettacolo di Benigni, ma conosceva bene la tradizione agiografica a cui il comico attinge, e la considerava un “tradimento perpetrato sul corpo e sull’anima” del santo.
Il Francesco di Testori è un santo “repellente”, che puzzava, che mangiava nella stessa scodella dei lebbrosi, che baciava le loro piaghe e si rotolava nello sterco dei maiali. “Portava un abito sudicio; la persona era spregevole, la faccia senza bellezza”, scriveva Tommaso da Spalato nel 1266, e Testori notava che proprio quella mancanza di bellezza rendeva ancora più sconvolgente la trasformazione del corpo e del viso dopo la morte.
Un uomo che, incontrato sul marciapiede, avremmo cambiato strada per non sfiorarlo, e che Benigni ha trasformato in un personaggio da selfie, “primo pacifista”, “primo femminista”, “primo ambientalista”.
La distanza tra le due rappresentazioni non è soltanto questione di sensibilità artistica. Testori vedeva nella povertà francescana uno “stato di mancanza” nel quale si può incontrare il pieno di Dio, non una condizione da cui emancipare gli uomini attraverso il welfare o il reddito di cittadinanza. La povertà come desiderio e come condizione unica per essere veramente e liberamente uomo: questo, secondo Testori, è ciò che più sconvolse i contemporanei di Francesco e che continua a sconvolgere, molto più di un santo addomesticato e reso innocuo dalla televisione generalista.
La serata e i suoi ospiti
La diretta dall’Auditorium di San Francesco al Prato, antica chiesa francescana sconsacrata del XIII secolo, ha alternato momenti musicali e letture con un parterre di ospiti che comprendeva Roberto Vecchioni, Samantha Cristoforetti, Alessandro Baricco con la pianista Gloria Campaner, Angelo Branduardi, Arisa, Simone Cristicchi, Giorgio Pasotti e i primi ballerini del Teatro alla Scala Virna Toppi e Nicola Del Freo.
Da Bologna, in collegamento, Gianni Morandi con il Piccolo Coro dell’Antoniano ha cantato “C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones”, un omaggio alla pace che ha fatto eco al messaggio francescano. Patti Smith ha chiuso la serata con un contributo video registrato, mentre Fra Marco Moroni, custode del Sacro Convento, ha raccontato l’ostensione dei resti del santo.
Un dettaglio, riportato dal Corriere della sera e ripreso da più testate, ha però gettato un’ombra sull’etichetta di “serata evento”: lo spettacolo di Benigni era già andato in onda quattro anni prima su Paramount+, e solo dieci minuti di prologo erano stati confezionati appositamente per l’occasione. Il monologo, depurato da riferimenti politici diretti, era sostanzialmente lo stesso, e la scelta di riproporlo in prima serata ha alimentato le critiche di chi lo ha definito “una minestra riscaldata”.
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