«Report fa ascolti. Se parli di me fai ascolti». Ranucci a Giletti e la prospettiva di un futuro fuori dalla Rai

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Non è soltanto una scaramuccia tra colleghi, quella che nelle ultime settimane sta logorando il già fragile equilibrio della terza rete Rai, quanto piuttosto l’affiorare in superficie di una tensione latente che incrocia dinamiche industriali, narcisismi professionali e il rapporto — mai così vischioso, a detta di alcuni — tra il servizio pubblico e l’attuale esecutivo. Sigfrido Ranucci, conduttore di Report, non usa giri di parole quando, intervistato da la Repubblica, risponde agli «attacchi scomposti» che dice di ricevere da Massimo Giletti; lo fa partendo da un presupposto che è, insieme, una constatazione e una replica: «Report fa ascolti. Se parli di me fai ascolti» -1-7. Una frase, questa, che fotografa una precisa gerarchia nei palinsesti del genere, laddove il programma storico da lui guidato — attualmente non in onda per lasciare spazio a Presadiretta — continua a rappresentare un brand redditizio in termini di share e di movimento sui social network, e dunque, inevitabilmente, un bersaglio appetibile.

Ranucci, nell’economia della sua controreplica, articola un ragionamento che si dipana su più livelli. Da un lato, c’è la difesa della propria integrità professionale; dall’altro, una ricostruzione puntuale — quasi fosse una postilla legale — della genesi del contendere. Il nodo da cui tutto si è dipanato, com’è noto, è la messa in onda, da parte di Giletti nel suo Lo stato delle cose, di alcune chat intercorse tra lo stesso Ranucci e Maria Rosaria Boccia: in quei messaggi si faceva menzione, secondo l’interpretazione del conduttore de Lo stato delle cose, di una presunta «lobby gay» che avrebbe incluso l’ex dirigente dell’Aise Marco Mancini, il direttore de Il Giornale Tommaso Cerno e, di riflesso, lo stesso Giletti -9. Ranucci ha ripetutamente respinto l’accusa di aver attribuito al collega una simile appartenenza, definendo quella lettura una «strumentalizzazione» e persino, con una punta di ironia tagliente, un problema esclusivo di chi in quella definizione — ha detto — «ci tiene tanto a riconoscersi» -1-3.

Il vero nodo: l’ombra di Marco Mancini e l’inchiesta sull’autogrill

Ma sarebbe riduttivo, a giudicare dalle dichiarazioni del giornalista, inquadrare lo scontro come una mera disputa tra prime donne dell’approfondimento. Ranucci insiste su un passaggio che definisce «più grave», e cioè il legame — a suo dire — tra Giletti, Cerno e la figura di Marco Mancini, l’ex 007 già finito al centro delle cronache giudiziarie per il caso Abu Omar e per il dossieraggio Telecom -3. È questo, nella narrazione del conduttore di Report, il perno che Giletti e Cerno avrebbero scientemente eluso, preferendo aggrapparsi all’accusa di omofobia per spostare l’attenzione. Ranucci ricostruisce la vicenda dell’incontro all’autogrill tra Mancini e Matteo Renzi — scandalo che Report raccontò per primo avvalendosi di una fonte protetta — e rinfaccia a Giletti di aver cercato di delegittimare quella stessa fonte, pedinandola con una telecamera nascosta davanti alla scuola delle figlie -3. Un passaggio, quest’ultimo, che Ranucci definisce come la vera «delusione umana», molto prima del vaso di Pandora aperto dalle chat con Boccia.

Parallelamente alle repliche sulla sostanza, il conduttore allarga il perimetro della polemica fino a lambire il contesto politico-industriale in cui questi attacchi germinano. La sua affermazione ricorrente — «in un’altra Rai non sarebbe mai accaduto» -5-7 — non è solo un lamento vittimistico, come invece lo ha bollato qualche commentatore, ma l’esplicitazione di un mutamento antropologico dell’azienda. L’assenza di quella che lui chiama «tutela dei marchi» e la percezione, diffusa tra il pubblico e tra molti addetti ai lavori, di una dirigenza «asservita al governo» -7 costituiscono, nelle sue parole, il brodo di coltura ideale per un conflitto che altrimenti, in passato, sarebbe stato ricomposto nei corridoi di viale Mazzini. Ranucci non nomina mai esplicitamente l’amministratore delegato o il presidente, ma il riferimento a una Rai che «ha posto al centro l’interesse pubblico» e che oggi, invece, appare ostaggio di logiche di allineamento è costante e inequivocabile -5.

Il futuro del conduttore e l’ipotesi di un addio

E proprio su questo scollamento — tra l’azienda e il suo volo di punta del giornalismo investigativo — che si innesta la domanda, ormai ricorrente, sulle intenzioni future di Ranucci. Il conduttore, sollecitato dall’intervistatore, non ha chiuso la porta a un eventuale impegno diretto in politica, qualora dovesse concretizzarsi una rottura definitiva con la Rai. Una dichiarazione, questa, che pesa come un macigno nel dibattito interno e che non rappresenta un fulmine a ciel sereno. Da mesi, del resto, circolano indiscrezioni — mai smentite del tutto, mai confermate — circa un corteggiamento da parte di Urbano Cairo per un approdo di Ranucci a La7, con un programma che ricalchi la formula di Report ma sotto altro nome, essendo il Titolo attuale di proprietà del servizio pubblico -8.

Le frizioni con i vertici non sono, infatti, una novità: al di là dello scontro con Giletti, che è orizzontale e tra pari grado, Ranucci ha accumulato nell’ultimo anno un nutrito elenco di scaramucce verticali. Il richiamo formale per le troppe ospitate su La7, finalizzate alla promozione del suo libro Navigare senza paura -8; le tensioni sulle risorse umane di Report, con la denuncia — portata anche all’Fnsi — di un’operazione volta a «far fuori» il programma svuotandolo di personale esperto, tra pensionamenti imposti e mancati rinnovi dei contratti ai freelance -2; la querelle sul Garante della Privacy, che Ranucci ha definito «braccio armato della politica» -4. Ognuno di questi episodi, da solo, potrebbe rientrare nella fisiologia del conflitto tra un giornalista scomodo e l’istituzione che lo ospita. Sommati, disegnano piuttosto la traiettoria di un allontanamento progressivo, quasi irreversibile.

La replica nel merito e il silenzio sulle chat

Resta, sullo sfondo, una questione che i fatti non hanno ancora del tutto dissipato. Ranucci insiste sul fraintendimento — o sulla malafede — nella lettura delle sue parole, ma non ha mai negato l’autenticità dello scambio con Boccia, né il tenore di alcuni passaggi. La sua strategia comunicativa, sia nell’intervista a la Repubblica che nel lungo post su Facebook, è stata quella di spostare costantemente il fuoco: non «cosa ho scritto», ma «cosa intendevo»; non «perché ho usato quella espressione», ma «perché Giletti e Cerno sorvolano sul ruolo di Mancini» -3-5. È un meccanismo di difesa che i suoi critici definiscono «annacquamento», e che gli ha permesso di sopravvivere a molte tempeste, ma che in questa circolazione viziosa di accuse e smentite mostra forse i primi segni di cedimento. L’interrogazione parlamentare presentata da Maurizio Gasparri e la pronta replica della senatrice pentastellata Dolores Bevilacqua -9 testimoniano, semmai, come la vicenda abbia ormai valicato i confini della mera cronaca televisiva per innestarsi a pieno titolo nel dibattito politico-parlamentare, che spesso in Italia funge da camera di compensazione per i conflitti irrisolti della tv di Stato.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.