A Cannes, "Eddington" di Ari Aster racconta un'America sull'orlo del caos
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Mentre il sole della Croisette accarezza le facciate del Palais des Festivals, gli Stati Uniti tentano di bissare il successo dello scorso anno, quando Anora di Sean Baker si aggiudicò la Palma d’Oro prima di trionfare agli Oscar. Stavolta tocca a Eddington, il nuovo film di Ari Aster, presentato in concorso a Cannes, che mescola western, satira politica e cronaca sociale in un affresco caotico ma affascinante dell’America contemporanea.
Ambientato in un paesino del New Mexico – dove una main street polverosa e un saloon semideserto sembrano usciti da un film di John Ford –, la pellicola trascina lo spettatore nel vortice del 2020, anno in cui la pandemia, le proteste di Black Lives Matter, l’ascesa di QAnon e il primo impeachment di Trump hanno ridisegnato i confini di una nazione già divisa. Aster, regista noto per lavori come Hereditary e Midsommar, abbandona temporaneamente l’horror per immergersi in un groviglio narrativo che riflette l’«overload» di eventi e emozioni di quell’epoca.
Al centro della storia, due figure antitetiche: Ted Garcia (Pedro Pascal), sindaco progressista che cerca la rielezione, e Joe Cross (Joaquin Phoenix), sceriffo conservatore deciso a scalzarlo. Il loro scontro non è solo politico, ma simbolico: rappresenta la frattura tra due Americhe incapaci di dialogare, dove ogni divergenza rischia di trasformarsi in conflitto. La tensione sale quando le proteste contro la polizia, aggravate dall’omicidio di George Floyd, raggiungono anche Eddington, trascinando il paese verso un caos che sembra inevitabile.
Non mancano le critiche: c’è chi lo ha definito «pasticciato» e «confuso», un film che prova a dire troppo finendo per perdere il filo. Eppure, proprio questa sovrabbondanza di temi – dal razzismo sistemico alle teorie del complotto – lo rende uno specchio fedele di un’epoca in cui l’eccesso di informazioni ha annebbiato la realtà.




